Un grazie a Carlo Ginzburg

“Ginzburg è lo studioso che ha insegnato a passare tra i settori diversi delle biblioteche, seguendo le tracce delle sue domande senza curarsi dei compartimenti disciplinari, ed è per questo che i suoi libri, e il loro metodo, parlano a chi ha interessi diversissimi e domande diversissime”. (Paolo Pecere, Inseguendo Carlo Ginzburg)

Creato da:
Andras
Sei in: Articoli
Ultimo aggiornamento: 01/07/2026
Carlo Ginzburg dovette, appena gettato il primo sguardo sul mondo confrontarsi con l’emarginazione, la persecuzione e l’occultamento volontario di chi era considerato un indesiderato nemico dello stato e del popolo italiano. Nato nel 1939 da Leone Ginzburg, professore universitario di letteratura russa, antifascista che rifiutò già nel 1934 il giuramento al duce e venne perciò espulso dall’università di Torino, e da Natalia Ginzburg, in Levi, traduttrice e scrittrice, anch’essa figlia di una famiglia di ebrei antifascisti, Carlo visse l’assassinio del padre per mano dei torturatori nazisti nel carcere di Regina Coeli e, di seguito, il confino in clandestinità assieme alla madre in Abruzzo. Malgrado le ristrettezze di movimento ed economiche, Carlo cresceva all’interno di un contesto culturale ricchissimo di stimoli, con mentori, oltre la stessa madre, intellettuali, come Italo Calvino e Cesare Pavese, nonché Eugenio Montale, marito della zia materna.
Conosciuto, essendoci nato dentro il lato d’ombra della storia e il volto crudele e truce del potere, Ginzburg decise, folgorato dalla lezione di Marc Bloch – storico ed ebreo pure lui, morto da partigiano - di imparare il mestiere dello storico. Le tante incongruenze di una storiografia a servizio dei potenti lo indussero a diffidare delle versioni ufficiali, delle sintesi consolidate e delle facili conoscenze già acquisite. Intraprende così lo studio della Storia moderna all’Università di Pisa come normalista ed allievo di Elio Cantimori. Lo storico italiano si muove prestissimo in una dimensione internazionale tra gli studi di perfezionamento al Warburg Institute di Londra e le docenze in atenei prestigiosi come, in Italia, Bologna, la Normale di Pisa, e all’estero l’UCLA, Harvard e Yale. Columbia.
Concorde con l’intuizione del suo professore Cantimori, Carlo Ginzburg si rivolge così al mondo protomoderno dei secoli XVI e XVII, un mondo che, con l’irrompere della Riforma, della Controriforma e annessi embrionali tentativi di controllo su anime e corpi in senso religioso e politico, è attraversato da molteplici fratture, da sconvolgimenti profondi di tipo antropologico.

Già il primo libro, I benandanti (1966), pubblicato a 27 anni, squarcia lo sguardo su una pratica sciamanica di contadini friulani che risale a credenze millenarie (lo status speciale dei ”nati con la camicia” e le attività per la difesa del raccolto), distorte e piegate dagli inquisitori a semplici manifestazioni di stregoneria. Ancor più significativo in questo senso è Il formaggio e i vermi (1976) che indaga il caso incredibile del mugnaio Domenico Scandella, detto Menocchio, di Monreale Valcellina, processato dall’Inquisizione per aver elaborato una cosmogonia personale, interamente modellata sulla cagliatura del latte. Il saggio si configura come prototipo di quella importantissima corrente storiografica che corre sotto il nome di Microstoria. Come già nel caso de I Benandanti, anche in Il Formaggio e i vermi l’attenzione dello storico è rivolta a casi particolari che vengono snobbati dalla grande storia, sia per la condizione umile dei suoi protagonisti, sia per lo scarso valore diplomatico delle fonti, atti giudiziari, epistole, registri, diari ecc. Le “vicende” che ne emergono lungo queste faglie di frattura che attraversano le vite degli attori del passato, sono, al contrario, estremamente illuminanti per una comprensione più profonda della complessità e densità storica del passato. In un simile contesto della quotidianità storica indagata sotto la lente di ingrandimento scompaiono anche le divisioni tra i vari campi del sapere e si fa largo, come già professato da Marc Bloch, e ancor prima da Aby Warburg, l’esigenza di un’interdisciplinarità tra storia, letteratura, antropologia, teologia, storia dell’arte.
Una prima, fondamentale, tappa negli studi sul confronto tra le pratiche e credenze ancestrali del mondo sciamanico, mediatore tra natura e uomo, e l’azione “purgatoria” e oppressiva dei poteri forti religiosi e secolari dei secoli XVI e XVII, è il saggio Storia notturna (1989). Il libro si pone il compito di “decifrare” nientemeno che “il sabba delle streghe”, fino ad allora confinato nelle convenzioni spesso morbose di una storiografia amatoriale. Da un lato, il tema, elaborato da inquisitori e giudici laici, del complotto ordito da una setta o da un gruppo sociale ostile; dall’altro elementi di provenienza sciamanica ormai radicati nella cultura folklorica, come il volo magico e le metamorfosi animalesche», interrogata nelle sue derivazioni antropologiche che risalgono agli albori dell’opera civilizzatrice del mondo magico e coprono lo spazio geografico che va dalla Siberia, al Caucaso, al mondo dei nativi americani sino all’Antica Grecia, al mondo romano e al Medioevo europeo. Il rituale stregonesco del Sabba sarebbe, secondo Ginzburg, la manifestazione di una frattura, di una successione di microfratture culturali nella civiltà occidentale da cui scaturisce la modernità con tutte le sue contraddizioni, incompiutezze e scheletri nell’armadio. Si è accennato al debito contratto, prima, e soprattutto dopo il suo periodo di formazione presso il Warburg Institute of London, dal confronto con l’opera di Aby Warburg e del gruppo che ha proseguito il suo lavoro, tra tutti Fritz Saxl. Da quest’esperienza e da una precoce infatuazione anche per la storia dell’arte, scaturirono gli scritti raccolti in Indagine su Piero (1981). Ginzburg vi indaga sui dipinti di Piero della Francesca e, utilizzando il metodo sviluppato da Warburg e perfezionato dai suoi allievi, ne decifra l’iconografia e committenza. Indizi apparentemente minimi scatenano congetture, esplorazioni archivistiche, colpi di scena narrative che svelano le implicazioni politiche e religiose di questi capolavori, restituendoci un’immagine del tutto nuova di Piero.

Quale storico di razza che era, Ginzburg non si limitava a visitare soltanto le lande del passato. L’insegnamento di Marc Bloch che lo studio del passato esige un nostro impegno nel presente – si pensi al suo famoso libro sulle cause della disfatta francese nel 1940 – e che il presente getta inevitabilmente la sua ombra sul passato, fece si che Ginzburg non si sottraeva mai all’analisi dell’attualità. Nel 1991 esce il libro Il giudice e lo storico, dove Ginzburg riprende in mano le carte del processo per l’omicidio del commissario Calabresi. Avendo posto sotto la lente dell’investigazione storica il rapporto tra prove e verità, lo studioso, suocero del figlio di Luigi Calabresi, Mario, ha esposto i motivi per cui riteneva del tutto inaffidabile la testimonianza di Leonardo Marino. Ginzburg aveva rimproverato ai giudici di aver adottato criteri analoghi a quelli da lui studiati dell’Inquisizione, fino al punto di mettere l’onere della prova a carico degli imputati. L’impegno politico è rimasto per tutta la vita una costante delle attività concettuali di Ginzburg. Quale figlio di due genitori ebrei perseguitati gli furono cari temi come l’antifascismo, il negazionismo e complottismo. Rapporti di forza (2000) riflette sui modi in cui si costruiscono e si manipolano le interpretazioni della realtà, mentre nel saggio Paura, reverenza, terrore (2015) affrontava temi legati alla propaganda e alla costruzione delle immagini politiche. Essendo le sue posizioni fermamente progressiste – quando la “sua” casa editrice Einaudi passava sotto il controllo di Silvio Berlusconi, non esitava di passare con un gesto di disappunto alla Feltrinelli prima e all’Adelphi poi, ed infine alla Quodlibet – Ginzburg aborriva qualsiasi manifestazione di estremismo ideologico, così pure la furia iconoclasta che investì i monumenti di personaggi sgraditi legati, per di più al colonialismo bianco. Anche innanzi al massacro della popolazione civile di Gaza, quale risposta dello stato d’Israele a quello perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023 nei confronti di inermi israeliani, lo studioso fece subito sentire la sua voce. Infine l’ultima sua fatica di storico fuori dalle convenzioni, Il vincolo della vergogna, pubblicato nel 2026 da Adelphi affronta, entro una riflessione sui limiti della nozione stessa di individuo, il tema dell’appartenenza, resa “attuale” dai reiterati appelli di una parte dello spettro politico italiano ed europeo ad una presunta omogenea identità nazionale, chiamando sorprendentemente in causa il sentimento di vergogna. Anche qui, come già in precedenti libri, Ginzburg parte dall’analisi di casi particolari – addirittura da una singola parola – per giungere a enunciati di più ampio respiro, che a loro volta suscitano nuove domande.

Vero sperimentatore, grande umanista, a volte storico eterodosso, Carlo Ginzburg si interessava lungo tutta la sua vita intellettuale del processo di acquisizione delle conoscenze scientifiche. Nel saggio intitolato Spie, contenuto nella raccolta Miti, emblemi, spie (1986), lo vediamo confrontare i metodi di lavoro di Siegmund Freud e Sherlock Holmes (già l’accostamento delle due figure può suscitare nei puristi del caso incomprensioni) con quelli dello storico dell’arte del XIX secolo, Giovanni Morelli che fu il primo a utilizzare dettagli a prima vista insignificanti – in questo contesto va ricordato il famoso “Dio sta nel dettaglio” di Aby Warburg – per l’attribuzione di un quadro a un determinato pittore. Dalle riflessioni intorno a questo confronto nacque la proposta del “paradigma indiziario” che permette di affrontare la storia ( tutta la storia) con gli strumenti critici solitamente usati per vagliare un dossier giudiziario. Lo storico diventa detective che parte da un o una serie di indizi, un o una catena di dettagli. Egli, come un segugio, si addentra sempre di nuovo in territori inesplorati, dovendo quindi ripartire sempre da zero, riconsiderare quanto sembrava già appurato. Questa visione esige una prassi di lettura e di studio a 360º gradi dello scibile, che non conosce i tradizionali “steccati disciplinari” ma contamina il lavoro storiografico con l’antropologia, la filologia, la teologia, la letteratura, la storia dell’arte. Aby Warburg docet. E come nel caso del suo lontano maestro, anche il Nostro dispone, quale corollario (de)ontologico, di un’erudizione sconfinata e svariatissima.
Si è appena accennato alla convinzione che nella professione dello storico si debba ricominciare sempre da zero, non dare nulla per scontato o già confermato. Ciò riguardava, nel caso di Ginzburg, anche l’uso stesso delle fonti. Va da sé, come gli venne ampiamente riconosciuto, di aver sdoganato, per dimostrare e cogliere le varie interazioni tra la cultura d’élite e popolare, l’utilizzo di materiali che precedentemente erano considerati marginali o addirittura triviali. Quello che il nostro storico scoprì è che il più delle volte non ci si può limitare a seguire il tenore, il semplice enunciato del documento d’archivio. Essendo, per così dire, qualsiasi fonte gravata “ideologicamente” quando viene scritta, essa va letta a volte “contro le intenzioni di chi l’ha prodotta”. Ginzburg soleva dire ai suoi allievi, con riferimento ad un’espressione utilizzata da Walter Benjamin, che bisognava “leggerla contro pelo”.
Delle riflessioni di tipo epistemologico faceva anche parte la perenne ricerca di adottare un linguaggio, uno stile espositivo tale che rendesse la Storia interessante. Questo approccio narrativo alla storia contrassegnava tutta la sua produzione storiografica. Come notarono numerosi colleghi di mestiere, Ginzburg avrebbe suscitato nel lettore lo stesso effetto, la stessa reazione destata dalle opere di romanzieri. La sua narrazione comunicava a chi leggeva il proprio entusiasmo per il suo lavoro da detective. In una delle sue ultime interviste Ginzburg accennò a questa sua interminabile ricerca esprimendosi, malgrado l’esperienza decennale, insoddisfatto dell’applicazione del paradigma stilistico naturalistico (come emerse proprio dal filone positivista scientifico di fine XIX secolo e di cui quello utilizzato nei racconti polizieschi era una derivazione). Aggiunse a quel punto, un po’ laconicamente, che si era interrogato più di una volta come “sarebbe, se la Storia la si potesse scrivere come Marcel Proust la Ricerca del Tempo Perduto”.

Che Ginzburg riflettesse e evolvesse il modo espositivo delle sue ricerche storiche, amicando alla fine a dei modelli diegetici eterodossi per la tradizione storiografica, non implicava in lui alcun cedimento per quanto riguarda i principi epistemologici del fare storia. Carlo Ginzburg era un’appassionato difensore del principio di verità storica che criticava con veemenza la teoria storiografica postmoderna che con il suo scetticismo rifiutava il concetto stesso di prova. In Rapporti di forza (2000) egli affermava che lo storico, al contrario del romanziere, deve sottoporre il suo racconto alle conferme o smentite del principio di realtà, il che implica fare i conti con il criterio del vero e del falso per raggiungere un grado più raffinato di conoscenza. Pur senza mai dimenticare che “della storia umana sappiamo e sapremo sempre troppo poco”.

Martedì passato, il 16/06/2026 Carlo Ginzburg se ne è andato rappresentando egli stesso con il suo lavoro un traguardo innegabile nell’ampliamento della conoscenza della nostra storia. Egli influenzava per decenni le discussioni storiografiche nell’Occidente, Europa, Stati Uniti e America Latina. Il fatto che lo si definisse tout court uno “storico della cultura”che, libero dalle camicie di forza di un accademismo paralizzante, lo trovava in illustre compagnia di un Jakob Burckhardt e di Aby Warburg, questa considerazione gli avrà sicuramente fatto piacere. Egli amava raffigurare la storia non come una fortezza, ma come un “aeroporto da cui decollare per sempre nuove avventure intellettuali”.
Buon volo e un grandissimo grazie a Carlo Ginzburg. _________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________
Alessandro Zaccuri, Addio a Carlo Ginzburg, il grande storico che investigò il piccolo, Avvenire, Agorà Cultura, 17/06/2026.
Raffaella De Santis, Carlo Ginzburg è morto, addio al grande storico italiano, Repubblica Cultura, 17/06/2026.
Antonio Carioti, Morto Carlo Ginzburg, il grande storico italiano teorico della «microstoria». Aveva 87 anni, Corriere della Sera, Cultura La Lettura, 17/06/2026.
Marcello Mustè, Carlo Ginzburg, una sonda per catturare ciò che le fonti tacciono, Manifesto, Alias, 28/06/2026.
Paolo Pecere, Inseguendo Carlo Ginzburg, Lucy sulla Cultura, 21/12/2023. Gianni Saporetti, La catena delle citazioni. Un’intervista a Carlo Ginzburg, Una città n.74, gen./feb. 1999.
Searching for the Unexpected. A conversation with the late Carlo Ginzburg / by Carlo Ginzburg and David Gutherz, The Point, Only-Web, Dialogue, June 29, 2026.
To top

Ricerca

Visualizza

Eventi / Avvisi

Bibliografie

Percorsi tematici

Ricerca semplice

Visualizza

Ricerca per area

Visualizza

Ricerca strutturata

Visualizza