Confesso che quando ho preso in mano
Il cervello che ride di Mirella Manfredi non mi aspettavo molto. Un saggio sulle neuroscienze dell’umorismo, pensavo: "sarà uno di quei libri che spiegano una cosa divertente in modo noiosissimo". Il titolo mi aveva incuriosito, ma ero pronto a posarlo dopo le prime pagine. Mi sbagliavo di grosso.
Già dall’introduzione ho capito che la Manfredi sa fare una cosa rara e preziosa: parlare di scienza senza farti sentire escluso. Il linguaggio è preciso, rigoroso quando serve, ma non ti schiaccia e non ti mette a distanza. Si legge con la stessa scioltezza con cui si legge un romanzo breve, eppure quando arrivi all’ultima pagina ti accorgi di aver assorbito qualcosa di davvero solido. Non è poco, per un saggio scientifico.
Ma la vera sorpresa è stata un’altra. Quello che mi ha cambiato è stato rendermi conto che il riso, quella cosa automatica, istintiva, che ci scappa senza che lo decidiamo, non è mai banale. È il risultato di un meccanismo cerebrale straordinariamente sofisticato, che coinvolge memoria, linguaggio, emozioni, relazioni. Ogni volta che ridiamo di qualcosa, il nostro cervello sta compiendo un’operazione complessa e meravigliosa. Da quando ho letto questo libro mi ritrovo a osservare le risate, la mia, quella delle persone intorno a me con occhi diversi. Con più curiosità. Con una specie di stupore che prima non avevo.
C’è qualcosa di quasi filosofico in tutto questo. Capire perché ridiamo significa, in fondo, capire qualcosa di essenziale su come siamo fatti e su come ci leghiamo agli altri. La risata non è un ornamento della vita sociale, ne è uno dei mattoni fondamentali.
Lo consiglio a tutti, non solo agli appassionati di scienza. È uno di quei libri che ti vengono voglia di regalare, di passare a un amico con un semplice “leggilo, fidati”. Sono 112 pagine, si finisce in un pomeriggio, ma ci si pensa ancora settimane dopo.