Anni fa, gironzolare per Venezia nelle fredde serate tardo autunnali era impagabile. Se si era risparmiati dall'acqua alta, perdersi - casualmente o di proposito - nel labirinto di calli nebbiose e semideserte regalava l'impressione di trovarsi in una città romanzesca e fuori dal tempo, al pari della Londra vittoriana o di un borgo medievale mitteleuropeo ben conservato. La sensazione di piacevole smarrimento si dissolveva rientrando nelle arterie principali per la presenza di punti di riferimento chiari, ma non di persone, che dopo una cert'ora cominciavano a scarseggiare. Adesso, chi si immette nelle strade di scorrimento, rischia di essere assorbito dalla folla come alla partenza di una gara podistica. I luoghi risparmiati dalla ressa, dove il silenzio è ancora il suono predominante, ci sono, ma sono sempre di meno. Tra questi mi vengono in mente la zona di Castello al di là dell'Arsenale, Cannaregio a nord del Rio di Sant'Alvise e le isole lontane dal centro storico, delle quali la più grande è la Giudecca (per la precisione un insieme di otto isole vicinissime e collegate tra loro attraverso i ponti), separata da Venezia dal canale che prende il suo nome. Per una certa distanza dalle calli più trafficate e strabordanti di negozi e negozietti, alberghi, locali e musei, è uno dei luoghi che ha la fama di essere rimasto più autentico e, proprio per questo, particolarmente attraente per un turista desideroso di apprezzare, oltre che le bellezze artistiche e architettoniche della città, anche la possibilità di respirare un'aria d'altri tempi e magari affacciarsi sul canale al crepuscolo con in sottofondo il solo sciabordio delle onde sulla riva, per ammirare lo spegnersi del profilo di una città unica. A fare da contraltare al romanticismo ricercato da un turista esigente c'è la vita di alcuni degli abitanti del posto, ancora impegnati nei lavori di una volta, trasmessi dalle generazioni precedenti e che garantiscono continuità a mestieri, a volte faticosissimi, in via di estinzione. Tra questi i protagonisti del film, i fratelli Pietro, Alvise e Toni, appartenenti a una famiglia di moecanti. Ma mentre Alvise, da tempo trasferitosi sulla terraferma, è desideroso di convertire la casa di famiglia in abitazione turistica nella convinzione di attirare turisti danarosi; Pietro e Toni, proprietari con lui in parti uguali dell'abitazione ereditata dai defunti genitori, non hanno nessuna intenzione di cambiare vita, troppo legati all'acqua (quella stessa che Alvise non sopporta al punto da non aver mai imparato a nuotare) e ai ritmi di un'esistenza dura ma che è quella che conoscono e apprezzano. Il conflitto tra fratelli simboleggia la realtà di un luogo sempre più svuotato dei suoi abitanti, che rimangono quasi sconcertati di fronte alle difficoltà di continuare una vita e un mestiere che hanno ereditato, schiacciati da una mentalità che tende ad accogliere senza freni un turismo che sì, porta ricchezza, ma snatura una città che prova a far sopravvivere usi e tradizioni, trasformandola in un parco giochi o, nella migliore delle ipotesi, in un museo a cielo aperto.