Poche volte come in questo caso, aprendo un libro mi è capitato di restarne paralizzato. La prosa tagliente e cattiva del Friedrich Dürrenmatt di Giustizia, quella oggettiva e priva di speranza di Ágota Kristóf in tutta la sua produzione, l'arrovellarsi di Raskol'nikov in Delitto e castigo di Dostoevskij. Qui, il perfetto alternarsi delle foto di Spencer Ostrander che spezzano il respiro e delle parole di Paul Auster che lo restituiscono, in attesa di una nuova apnea.
Le fotografie ritraggono luoghi teatro di sparatorie di massa, fatti di sangue in cui individui hanno ucciso e ferito colpendo a casaccio o includendo nella loro folle azione sia obiettivi predeterminati che persone che hanno avuto solo la sfortuna di trovarsi lì. Sono pulite, ordinate, silenziose. Come se all'indomani degli eventi, solo accennati nelle didascalie che riportano in modo asettico data, luogo e numero delle vittime, fosse stato rimesso tutto a posto per azzerare e, forse, dimenticare. Ma è solo l'impressione di un'occhiata fugace e superficiale. Lo sguardo rimane incollato, come di fronte a un'opera d'arte, ma con sentimenti opposti. Non c'è nessuna meraviglia, nessun trasporto. Solo sgomento per la totale assenza di umanità, in tutte le sue accezioni. Il silenzio assordante (ossimoro troppo spesso utilizzato, ma in questo caso calzante) che ne scaturisce lascia un senso di smarrimento. Ma l'immagine non è quella di un film post-apocalittico, con le carcasse delle automobili che si decompongono ai bordi delle strade, l'erba che spunta dall'asfalto e gli animali selvatici che si aggirano irrequieti tra i grattacieli delle metropoli. Quei luoghi di passaggio, culto, aggregazione, studio, pensati, progettati e creati dalle persone per le persone, semplicemente dalle stesse sono stati abbandonati, a volte per non farvi più ritorno. Alcuni degli edifici sono stati addirittura abbattuti, perché nessuno li avrebbe più frequentati; ormai saturi di un orrore muto, impalpabile ed elettrico, che ha rubato il posto ai volti, ai colori, alle voci.