La trama è semplice ed essenziale: un uomo vaga senza meta finché la sua auto non si blocca nel fango al limitar del bosco, dove l'uomo entra per cercare aiuto.
Realtà, sogno, immaginazione, allucinazione, cosa c'è nel bosco dove ci porta Jon Fosse? Sicuramente c'è il rapporto obbligato con sé stessi, imposto dalla solitudine e dal silenzio assoluto. Perché il silenzio e il buio assoluto non ammettono distrazioni, non c'è niente da vedere o sentire se non i tuoi pensieri. A molte persone il silenzio fa paura, e infatti non restano mai senza la radio o la tv accesa, anche sa non l'ascoltano o guardano. Anche il buio spaventa allo stesso modo e, come il silenzio, non fornisce appigli per salvarsi da sé stessi. L'uomo protagonista è in un bosco di notte al buio e in assoluto silenzio, eppure non ha paura dei pericoli reali che possono esserci, ma entra in una dimensione diversa di immobilità. Quel non agire pur sapendo che è necessario, il restare bloccati in una situazione difficile, il saper di dover chiedere aiuto ad altre persone è anche e soprattutto una prigione mentale pericolosa. Coscientemente si comprende la necessità di essere aiutati, di trovare un contatto esterno, qualcuno che ci salvi, ma si temporeggia restando immobili nella "non azione" e anzi talvolta, al posto di una decisione sensata, ci si avventura da soli nel bosco.
Il bosco potrebbe far pensare al rapporto tra uomo e natura ma non c'è alcun suono, non si sente "Il respiro del bosco" quei piccoli rumori di un ramo che si spezza, un animale che si muove, tutto è immobile come la neve che cade silenziosa coprendo ogni suono. Eppure ci sono figure che ricordano mitologie, figure ataviche, presenze. Reali o immaginate? Chi sono queste figure che guardano l'uomo senza interagire, semplicemente osservando, accompagnando senza fornire risposte senza indicare la strada? Forse ogni lettore avrà una spiegazione diversa.
Anche la scrittura non prevede interlocutori. Quando si parla a qualcuno il cervello elabora il linguaggio comunicativo. Quando pensiamo invece, spesso le parole non dette seguono un altro criterio, più secco e disarticolato perché sappiamo già quello che stiamo pensando, non dobbiamo spiegarlo a qualcuno. Leggere questo libro non è guardare cosa combina il protagonista ma entrare nella sua mente a contatto con i suoi pensieri.
Mi ha colpito? Sì. Spaventato? Anche. Inizialmente non volevo consigliare questo libro, ma sono i libri a cui continui a pensare anche dopo aver girato l'ultima pagina, quelli che vale la pena di leggere. Quelli che entrano in contatto con i tuoi pensieri, i tuoi sogni o incubi. Quindi perché non consigliare questo libro?