Irresponsabili che con le loro azioni scatenano le rappresaglie naziste e fasciste che si abbattono sulla popolazione inerme. Esaltati che combattono per imporre una dittatura comunista in Italia. Assassini che infieriscono sui vinti. E ancora, autori di un racconto falsificato della storia, imposto a tutti. Questi giudizi sui partigiani oggi sono parte integrante di un senso comune diffuso, popolato di frasi fatte. Con un meccanismo connaturato ai media in generale ma amplificato dalla rete, prende forma un racconto che azzera i contesti, semplifica brutalmente, trasporta gli avvenimenti del passato nel presente per giudicarli con il metro dell'oggi. Come possiamo rispondere a questa offensiva pluridecennale? ... (Chiara Colombini, Anche i partigiani però...)
La domanda della ricercatrice dell’Istituto piemontese per la Storia della Resistenza e della società contemporanea, bersaglio di insulti da parte di gruppuscoli neonazisti, risulta più che giustificata di fronte alle ricorrenti ondate reazionarie che, lungo il corso della storia repubblicana dal 1946 in poi, cercavano e tutt’ora tentano di delegittimare il ruolo dell’antifascismo italiano, e al suo interno, dei movimenti partigiani in particolare. Sin dalla fine delle ostilità belliche, e soprattutto a partire dal delinearsi di un confronto più serrato dei due blocchi ideologici usciti vincitori dal conflitto mondiale, la memoria e la presenza dei partigiani venne vista da una parte dello spettro politico italiano con crescente fastidio ed ostilità. Le rivendicazioni partigiane circa una reale epurazione delle strutture statali da elementi fascisti, non soltanto di basso e medio, ma anche di alto rango vengono disattese di fatto attraverso gli annullamenti da parte della Cassazione delle sentenze emesse dalle Corti d’Assise Straordinarie da una, e l’estensione a dismisura – imposta da De Gasperi - degli effetti dell’armistizio sui crimini più efferati commessi da elementi della RSI. Molte comunità del Norditalia, che hanno duramente sofferto la repressione nazifascista – il Piemonte, l’Emilia-Romagna, il Veneto con le provincie di Vicenza e Treviso – assieme ai partigiani hanno visto così rovesciarsi, a pochi mesi dalla fine della guerra, le parti con il loro destino: migliaia di criminali fascisti a piede libero, con la reintegrazione nelle forze dell’ordine che, per una crudele beffa, il più delle volte rimasero precluse agli ex partigiani; l’atteggiamento condiscendente verso alti esponenti della RSI da parte dell’amministrazione alleata, del Vaticano e dell’Italia afascista o exfascista. Per chi aveva scelto la via della lotta clandestina al nazifascismo con l’anelito di libertà e di giustizia sociale già i mesi del 1945-1946 dovettero rappresentare il crollo di un intero mondo di speranze. La netta percezione che giustizia non fosse fatta, semmai il contrario, è la spiegazione storicamente avvalorata del prolungarsi, per inerzia oltre il maggio 1945 fino al 1946 , delle violenze insurrezionali di intere comunità. Il diniego di riforme o addirittura del ripristino dei contratti e delle cooperative agrarie, come esistevano prima dell’avvento del fascismo, ebbero in alcuni casi come risposta da parte dei braccianti e mezzadri l’eliminazione dei proprietari terrieri collusi con il fascismo. Una violenza che venne, sì, condannata da tutte le organizzazioni politiche, dai vari CLN ai neonati partiti, a livello nazionale e pure federale (il caso del PCI reggiano fu un’eccezione) ma che in fondo era frutto della diffusa sensazione di una giustizia defraudata.
Con il consolidarsi della Democrazia Cristiana negli anni a seguire, la deriva politica verso l’ala reazionaria e l’inasprirsi della Guerra fredda, il mondo dei partigiani si trovò di fronte ad una repressione inaudita: soprattutto tra il 1948 ed il 1954 si assiste alla montatura propagandistica del “pericolo rosso” da parte dei governi De Gasperi che scatena un’ondata di arresti e processi: 1700 partigiani incriminati con condanne complessive di quasi 6000 anni di carceri. Sentenze emesse da una macchina giudiziaria strumentale e distorta che ipotizzando dei reati finse volutamente di ignorare le cause reali di molte esecuzioni, estrapolandole dal loro contesto storico. L’esecuzione del nemico bellico veniva letto come comune omicidio ed il passato fascista delle vittime risultò così epurato. Molti ex resistenti trascorrevano anni di detenzione preventiva in carcere prima di venir assolti.
Alla persecuzione giudiziaria si accompagnava la denigrazione morale: le staffette partigiane, le partigiane combattenti vengono messe sin dalla fine della guerra – spesso a seguito dei giudizi espressi dall’oscurantismo cattolico – vergognosamente alla gogna pubblica: dopo essere sopravvissute alla cattura, alle torture e agli stupri da parte di repubblichini e tedeschi, queste donne venivano calunniate come “poco di buone”, “svergognate”, o peggio “puttane” per il fatto di aver scelto una vita di sacrificio per il bene dell’Italia in forzata promiscuità con i compagni maschi.
La delegittimazione dell’antifascismo percorre, e conosce tutt’ora, accanto agli episodi di attacco più violento – si pensi alla distruzione della statua della partigiana Giulia Lombardi, uccisa a 22 anni dai fascisti nel 1944, distruzione avvenuta nell’aprile del 2019 a Vighignolo, una frazione di Settimo Milanese – vie più perfide, strategie più sottili: l’equiparazione delle violenze perpetrate dai nazifascisti con quelle “commesse” dai partigiani; l’argomentazione opinionistica che non tutti i partigiani – ovviamente con riferimento alle brigate garibaldine “comuniste” - avrebbero combattuto per un’Italia democratica. Giudizi simili sorti dalla consapevole ignoranza del contesto storico specifico regione per regione, provincia per provincia si basano spesso sulla non-lettura delle fonti storiche, sulle semplificazioni, spettacolarizzazioni, sulla proiezione ex post di categorie di giudizio attuali sugli avvenimenti di 70, 80anni fa, ed infine su palesi ammiccamenti politici. Sotto l’ombrello della dovuta pietà verso il sangue sparso di vincitori e vinti, di una supposta conciliazione nazionale si fa tutto uno dell’esperienza collettiva fascista e della lotta per la libertà, giustizia e indipendenza del mondo partigiano svilendo alla fine il peso, l’importanza e la imprescindibilità dell’antifascismo per la nascita ed il futuro della nostra democrazia.
Di fronte alla costante presenza nel panorama massmediale italiano, vecchio e nuovo, di opinionisti, giornalisti improvvisati storici, o con un lontano passato di storici, che propinano rappresentazioni comode, pronte al consumo, manichee e distorte di realtà storiche complesse e contraddittorie s’impone con rinnovata forza la buona prassi di ritornare alle fonti, del dubbioso raffronto critico delle varie proposte storiografiche. In una parola: l’approfondimento attraverso la lettura di più libri possibili.