Reinhold Messner, l'alpinista in cima al mondo

Lo scalatore sudtirolese che rivoluzionò l'alpinismo di fine secolo

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Andras
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Ultimo aggiornamento: 08/01/2021

Reinhold Messner, l’alpinista altoatesino, nato nella Val di Funes 75 anni fa,  ha sicuramente plasmato l’alpinismo dell’ultimo lustro del ‘900 a sua immagine. Come prima di lui Paul Preuss, Emilio Comici, Hermann Buhl e Walter Bonatti seppe rivoluzionare radicalmente la tecnica, la mentalità di arrampicata e la derivante strategia delle ascensioni alpinistiche.
Inizialmente era salito alla ribalta per aver riportato in auge l'arrampicata libera in un periodo, fine anni ‘50 inizio anni ’60, nel quale era preponderante la progressione artificiale allo scopo di superare difficoltà sempre più alte. Messner ripudia ogni artefatto umano, ogni ausilio esterno interrompendo la allora recente cultura alpinistica (si ricordano quale emblema della tecnica artificiale i 350 metri di parete “buccherellati” da 360 chiodi a pressione con l’ausilio di un trapano a compressore sul Cerro Torre nel 1970 - la così detta Compressor route) con una serie di realizzazioni in arrampicata libera che lo pongono già allora al vertice degli scalatori europei: nel 1965 con il fratello Günther la parete nord dell’Ortles, nel 1967 la Via degli Amici sulla parete nord-ovest del Civetta assieme a Reini Holzer e, sempre nello stesso anno i 1400 m del versante nord-est dell’Agner con il fratello e Holzer. La sua filosofia di arrampicata viene rafforzata da una efficace argomentazione teorica, che trova massima eco nel celebre articolo L'assassinio dell'impossibile, uscito su La rivista mensile del Cai nel 1968.
Nello stesso anno si rende protagonista, assieme al fratello Günther, del primo VIII grado in libera (seguendo, come argomentò, la "linea logica") al Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc. Il passaggio Messner, nelle parte centrale della parete, non fu più ripetuto per oltre dieci anni (i salitori successivi aggirarono il passaggio), fino a quando nel 1979 Heinz Mariacher lo superò, valutandolo di grado VII+/VIII-. La salita di Messner era quindi la prima in cui il settimo grado, già toccato da Batista Vinatzer negli anni ‘30, veniva superato. In seguito Messner apre numerose vie, principalmente nelle Dolomiti, sempre seguendo la sua filosofia di ricercare non necessariamente i percorsi più diretti, bensì gli itinerari che gli permettessero di salire in arrampicata libera.
Tuttavia il nome di Messner è per lo più noto al grande pubblico per le sue imprese sulle montagne dell’Himalaya. Egli cambiò negli anni ’70 ed ’80, come già prima nelle scalate dolomitiche, anche lo stile dell’alpinismo di alta quota. Ispirato dall’austriaco Hermann Buhl e dall’italiano Walter Bonatti, applicò strategia, tattica e stile dell’arrampicata sperimentata sulle cime d’Europa alle ascensioni himalayane. Con stile alpino salì come primo gli ottomila senza uso di ossigeno supplementare, corde fisse e altre “infrastrutture”, in solitaria, con un compagno di cordata o comunque con cordate piccole, agili e flessibili. La cima non veniva, come era consueto negli anni ’50 e ’60, “assediata” in stile militare per settimane con numerosi campi intermedi ed un dispendio enorme di materiale e di sherpa (vedi la voce Himalayismo), ma poteva essere scalata velocemente con un equipaggiamento leggero quanto minimo in condizioni meteorologiche favorevoli, garantendo quindi una ritirata o discesa altrettanto rapida. La permanenza nella “zona della morte” risultò quindi essere altrettanto limitata.
Nel 1970 Messner affronta il suo primo 8000, il mitico Nanga Parbat. In una scalata travagliata riesce a raggiungere per primo, assieme a Günther Messner, la cima attraverso il versante Rupal. Impossibilitata la discesa lungo la parete di salita per non avere con se le neccessarie corde per la calata, è costretto, dopo una notte all’addiaccio, di scendere lungo il versante Diamir. L’impresa gli riesce, ma giunto ormai ai piedi della montagna perde il fratello a causa dello stacco di una valanga.  
Nel 1975 conquista il Gasherbrum I senza ossigeno con l’austriaco Peter Habeler.
Nel 1978 è il primo uomo a scalare l'Everest senza l'ausilio di ossigeno supplementare sempre insieme a Peter Habeler, mentre nel 1980 raggiunge la medesima vetta in solitaria.
Il 1979 lo vede nel tentativo di salire con un piccolo gruppo di 6 scalatori il K2 lungo una nuova via. Ma il pericolo di valanghe nonché un imprevisto incidente di uno dei membri lo costringe ad affrontare la tradizionale Via degli Abbruzzi lungo la quale raggiunge la cime sempre senza l’uso di ossigeno.
Dopo 1980 dedica il proprio tempo alle salite delle altre numerose vette himalayane. Finalmente nel 1986 diventa il primo uomo ad aver scalato tutte le 14 cime degli ottomila. Il raggiungimento di tale traguardo lo rende il più grande himalaista vivente, capace di darsi sempre nuovi obiettivi e di comunicarli con grande efficacia anche ad un pubblico di non addetti ai lavori. Durante la sua attività alpinistica si è attenuto sempre alla sua filosofia volta a non invadere le montagne, ma solamente ad arrampicarle.
Reinhold Messner appartiene anche alla prima generazione di giovani alpinisti che insorgevano contro una visione tutta militare della scalata (logistica, obbedienza e rispetto delle gerarchie), contro il culto del cameratismo e la fraseologia dell’eroismo. Egli fu partigiano di un alpinismo internazionale, rimarcando l’esempio dato dall’alpinista austriaco Kurt Diemberger che ruppe con la tradizione di spedizioni in nome di uno stato per cui la conquista divenne il traguardo di un intera nazione con annessa tutta l’intrinseca valenza nazional-chauvinista. Con l’arrampicatore sudtirolese, assieme ai suoi compagni di cordata, soffiarono un nuovo spirito sulle cime e con esso ovviamente anche nuovi modi di esprimersi: si parlava di psicologia e non di eroismo, di “motivazione” e “natural highs” relegando al passato concetti come onore e coraggio virile. La nuova guardia dell’alpinismo si divertì di rompere definitivamente con i tabù sacralizzati del mondo alpinistico di allora
Messner pose al centro dell’attività alpinistica l’esperienza personale, individualistica del proprio limite psichico e fisico e comunicò questa sua finalità con successo ai mass media. Inoltre contribuì con quasi 100 pubblicazioni librarie che descrissero le sue imprese ed avventure alla notorietà della pratica alpinistica come sport estremo. L’uomo della Val di Funes raggiunse, come scalatore dotato di buona retorica che spesso intervenne con argomentazioni polemiche, durante e dopo il suo periodo attivo di sportivo una forma di presenza mediatica e commercializzazione della sua immagine sconosciute agli alpinisti precedenti. Ne contribuirono, oltre agli straordinari successi e record, anche le sue frequenti osservazioni polarizzanti riguardo all’alpinismo, al turismo ed alle questioni ecologiche. Tendenze attuali quali il peso sempre maggiore delle sponsorizzazioni, dell’impronta sempre più agonistica, spettacolare, e perciò “cronometrata” dell’arrampicata e una visione sempre più individualistica, egotistica del misurarsi con la montagna, trovano paradossalmente le loro radici proprio nelle esperienze di alpinisti quali Messner. Con lui si inaugurava, o semplicemente si palesava la trasformazione dell’alpinismo da “hobby” in professione a tutto tondo. Aver reso con le sue pubblicazioni, film e apparizioni televisive l’alpinismo ormai un settore economico di considerevole peso e il fare alpinismo un fenomeno di massa dal fatturato importantissimo spalancò inoltre, suo malgrado,  le porte ad un turismo di massa che inonda le vallate alpine dell’Europa e provoca enormi squilibri sociali, economici ed ambientali in chi abita le montagne alpine.
Il merito di Reinhold Messner è a tal riguardo di aver già in anticipo e molto presto intravvisto le storture derivanti dalla progressiva mercificazione degli spazi naturali e dei modi di usufruirne. Emblema sono i suoi numerosi appelli a favore di un accesso regolamentato alle vallate dolomitiche, contro la cementificazione del suolo alpino e la moltiplicazione metastatica degli impianti di risalita e delle piste da sci supportata dalla deleteria pratica dell’innevamento artificiale. Corrobora la sua testimonianza a favore di un lascito rispettoso nei confronti della montagna, oltre che al desiderio di documentare le sue avventure sulle montagne di tutto il mondo attraverso reperti culturali, artistici ed antropologici, l’impegno profuso a favore della realizzazione del  Messner Mountain Museum, un complesso museale dedicato a tutti gli aspetti della montagna, dislocato tra Castel Firmiano a Bolzano, Solda, Castel Juval (dove Messner abita dal 1983), Monte Rite, Castello di Brunico e Plan de Corones.

Fonte: Wikipedia 

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