Non so cosa mi abbia spinto a portarmi al mare un libro che parla di montagna ma quest'estate ho fatto proprio così. Effettivamente è stato strano trovarsi con la mente in cima a una montagna, sentendo al contempo il rumore delle onde. Non amo particolarmente camminare in montagna se non occasionalmente, e non sono allenata per cimentarmi con ascensioni e dislivelli; forse proprio per questo mi affascinano i libri che hanno per protagonisti paesaggi che difficilmente riuscirò a vedere con i miei occhi. Eppure attraverso la lettura riesco a percepire la luce, la densità della nebbia, i profumi, il respiro un po' affaticato del protagonista del libro durante il passo in salita; mi sembra di tendere sempre l'orecchio alla ricerca di un rumore quasi impercettibile che mi permetta di voltarmi e vedere un animale selvatico. Sento i campanacci e i muggiti che sembrano un richiamo verso un mondo "altro", così estraneo al mio quotidiano. Non è solamente un mondo bucolico quello che la mente immagina, ma sono presenti anche la fatica e difficoltà di ogni sorta. Ciò che penso mi affascini maggiormente è soprattutto il riuscire a spogliarsi della frenesia per abbracciare la semplicità, l'attesa, il rallentamento necessario per stare al passo con la natura. Questo contrasto tra città e montagna l'ho ritrovato anche nel libro di Cognetti. Tutti i protagonisti della storia vivono la montagna in un modo diverso. Chi come il padre sembra aggredirla nervosamente, andare il più in alto possibile tra le rocce e le nuvole, scappando dalla città e dai problemi logoranti di ogni giorno. C'è chi come la madre la vive per i prati, i boschi, la quiete i rapporti semplici con le persone. Ci sono altri genitori che vivono la montagna in modo crudo e duro come il lavoro che svolgono, senza lasciare spazio alla dolcezza o chi racchiude tutto il suo mondo nel suo orto, nel suo giardino, e nella sua casa. Poi c'è l'amico nato e cresciuto tra i monti, figlio di pastori, che pur amando la sua terra non riesce ad uscire da una condizione che lo attanaglia, diventando quasi una gabbia. Non riesce a immaginarsi in un altro posto dove vivere e continua perpetuare una tradizione che sembra l'unica possibile. E poi c'è il nostro protagonista che, nel corso della storia, da bambino diviene adulto e il suo modo di vivere la montagna lo lascio scoprire a voi.
Oltre al rapporto con la montagna che è la vera protagonista immutabile e "super partes" attorno a cui ruotano i personaggi, mi ha colpito molto il modo in cui l'autore invita alla riflessione sui rapporti interpersonali e sull'amicizia che perdura tra due persone nonostante il tempo e le distanze. Oppure il legame in qualche modo indissolubile tra padri e figli. Seppur con situazioni e comportamenti differenti, c'è una frattura e un distacco che pare un'inevitabile ribellione dei figli per trovare una propria strada, un salto non solo generazionale ma una ricerca personale della propria identità. A volte però la vita sembra fare dei giri immensi per poi riportarci nello stesso posto di sempre.