Ci sono libri che si leggono voracemente per scoprire chi è l'assassino, per sapere se il o la protagonista coronerà il suo sogno d'amore, o per sapere il prima possibile come si risolverà quell'intricata vicenda della trama e capire come andrà a finire.
Poi ci sono altri tipi di libri. Gemme preziose che risplendono solo nella lentezza della lettura e nel silenzio. Questo libro è uno di quelli.
Francesco Vidotto ci incanta con il potere della scrittura di una favola per adulti. Racconta un mondo dove i ritmi, la frenesia e il frastuono degli umani si zittisce e dove a parlare sono le piante, che scelgono di sussurrare a un bambino la loro storia.
Come per gli Ent di Tolkien, la lentezza delle parole impone un ritmo diverso all'ascoltatore, lasciando il tempo alla riflessione e assecondando il ritmo alla vita di un albero, che da seme diventa arbusto e poi l'abete più grande della foresta. Il tempo è quello delle stagioni che si susseguono ciclicamente, come se nulla potesse cambiare e allo stesso tempo dove ogni cosa è diversa perché diversa è l'esperienza vissuta.
Una crescita quella degli alberi, che dura molti anni in cui l'immobilità non è staticità, ma ascolto, osservazione, meraviglia, stupore e relazione continua con gli altri alberi e gli altri esseri viventi che popolano il bosco. L'albero di Vidotto comunica attraverso le sue radici come fosse una rete capillare in cui tutti gli esseri sono "connessi". Questa parola che oggi rappresenta il baluardo della velocità ma anche dell'effimero, di un'emorragia di parole vuote che provano a colmare un vuoto interiore il cui eco spaventa.