Quando Penny e Baby giocano con i loro amici alla guerra immaginando di essere intrepidi soldati del loro amato Duce i dintorni della Villa sopra Rignano sull’Arno riecheggiano delle loro voci chiare che, sguaiatamente, gridano al vento i canti delle piccole italiane e dei figli della lupa. Le due sorelle trascorrono la loro esistenza spensieratamente– malgrado la perdita precoce di padre e madre – presso la famiglia dello zio Wilhelm e della zia Katchen nel podere del Focardo a sud-est del capoluogo toscano. La loro solare felicità viene scalfita soltanto dalle periodiche, quanto inevitabili sgridate dello zio o dalla natura capricciosa e viziata della cugina Annie. Ma, dopo, quando le nuvole del malumore si diradano e il sorriso illumina di nuovo il viso dell’amato adulto, per Penny e Baby il mondo riprende a svelarsi in tutti i suoi raggianti colori. Alla dispotica Annie fanno da pendant consolatorio gli amici di scuola, di gioco ed avventure campestri Lea, Pierino, Pasquetta e Zeffirino. Con loro condividono tutto, le scorribande in mezzo al fango e alla boscaglia, le cavalcate a dorso dei maiali selvatici e le altre eroiche imprese nell’immaginario e fantastico giardino segreto delle loro tenere vite; si immergono negli odori di stalla, fieno e formaggio di cui gli amici, figli di contadini - i loro contadini - sono generosi dispensatori. Anche quando il giovanile sorriso della loro esistenza muta nella fronte corrucciata delle prime preoccupazioni morali Baby, Penny, Lea, Pierino e Zeffirino sono un’anima ed un cuore. Fonte di turbamento dei giovani catechisti è la futura salvezza spirituale dello zio Wilhelm. Questi non frequenta la chiesa, non manda le figlie e le nipoti a messa e sembra che non ami Gesù come lo fanno invece i preoccupati fanciulli. E proprio perché Penny e Baby vogliono bene allo zio, tanto, o quasi tanto quanto a Gesù, si impegnano, assieme ai loro amici, con preghiere, improvvisate messe e penitenze eseguite con abnegazione, come l’attraversamento di corsa dei campi di rovi, affinché l’anima dello zio ebreo possa alla fine essere accolta da Dio con benevolenza. Nemmeno l’avvicinarsi del fronte di guerra, con il passaggio di soldati, cannoni, camion e carri armati tedeschi può adombrare il cielo del loro eden d’infanzia. Quando, all’improvviso, il loro mondo innocente precipita nell’irreparabile, irreversibile ed indicibile abisso di fuoco e sangue. Bastano l’arrivo di altri soldati e, per un crudele quanto incomprensibile voltafaccia del destino, il nome, val a dire cognome dello zio a sommergere il loro mondo fatato nell’immenso mare di dolore e disperazione di una nuova, lacerante perdita nelle loro giovani esistenze.
La ferita inferta alle tenere anime di Penny e Baby non si è mai rimarginata, non ha mai potuto guarire – tanto che l’autrice pubblicando nel 1961 questa sorta di autobiografia non ha voluto svelare l’identità dei suoi cari, dissacrare l’immenso affetto per lo zio, la zia e le cugine. Ma, quasi fosse un’ultima testimonianza di questo amore, un suo dire grazie, Lorenza Mazzetti è riuscita a rievocare gli anni più belli della sua vita, quelli vissuti nel “paradiso” del Focardo assieme alla sorella e alla famiglia di Robert Einstein nel ricordo vivido e multicolore di un giardino segreto.