L'Etiopia, l'iprite e l'alpino


Etiopia, aprile 1939, regione degli Amara. Una colonna di un migliaio di persone, uomini in armi, donne, bambini ed anziani si dirige verso il piccolo villaggio di Zeret. Da quando a partire dal febbraio dello stesso anno il generale Cavallero assieme al colonello Orlando Lorenzini avevano deciso di lanciare un’operazione di controguerriglia – in gergo militare un’azione di polizia coloniale  -  nel territorio strategicamente  importante a nord di Addis Abeba molti partigiani etiopi erano stati costretti a  lasciare i propri villaggi assieme alle loro famiglie. Man mano che le truppe italiane erano avanzate chiudendo  sempre di più il cerchio intorno a loro – già a metà febbraio l’aviazione italiana aveva fatto ripetutamente uso di bombe all’iprite - i ribelli si dovettero inoltrare sempre di più tra gli anfratti dell’altipiano fino a quando non trovarono rifugio in un’ampia grotta, detta poi del Ribelle, in vicinanza del villaggio citato. L’ampio complesso ipogeo fu per conformazione e posizione geografica un’ideale nascondiglio ma anche un difficilmente espugnabile presidio militare: l’unico accesso era munito di muro difensivo, la grotta stessa offrì ampi ed estesi spazi abitabili, addirittura ci fu un lago sotterraneo. Di fatti quando le truppe italiane strinsero d’assedio l’anfratto, si trovarono di fronte ad una resistenza strenua e violenta. Anche i 4 battaglioni impegnati non riuscirono a spezzare la resistenza dei guerriglieri asserragliati assieme a donne, bambini, feriti ed anziani. La seguente richiesta del colonello Lorenzini sull’impiego di lanciafiamme che “avrebbero dovuto risolvere la situazione senza grandi perdite” non poté essere esaudita causa mancanza di sì fatte armi e così Lorenzini optò per la soluzione chimica. Venne sollecitato l’impiego di un plotone del reparto chimico con granate caricate con arsina ed una bomba aerea all’iprite travasata in bidoncini a scoppio. L’attacco con il gas, di cui il diretto incaricato, il sergente maggiore Alessandro Boaglio diede un ampio resoconto contenente la descrizione degli effetti di questì sui trincerati etiopi[1], risolse l’impasse militare creato dai ribelli. Benché il capo partigiano Tesciommè Sciancut riuscisse, rompendo il cerchio d’assedio, nel suo intento di fuga assieme ad altri 15 guerriglieri, fu evidente a quanti erano rimasti vivi ed illesi, ma terrorizzati dall’attacco chimico, che solo la resa poté assicurar loro l’eventuale sopravvivenza. L’aver salva la vita fu di seguito concesso soltanto alle donne ed ai bambini – tra loro quelli che riuscirono a sopravvivere agli effetti postumi dell’iprite – ragazzi, adolescenti e uomini abili alle armi vennero passati per i plotoni d’esecuzione.

Il responsabile sul posto di questo crimine di guerra non fu un militare qualsiasi: chi comandò i battaglioni coloniali, trasmise la richiesta d’intervento dei lanciafiamme prima e del plotone chimico poi fu il tenente colonello degli Alpini Gennaro Sora. Non un alpino qualsiasi, ma l’eroe bergamasco dell’impresa artica di Umberto Nobile. Quel soldato che con un atto di insubordinazione scelse di correre in aiuto al dirigibile Italia mentre i comandi militari rimasero paralizzati nei loro tentennamenti. Ragion per cui le generazioni di alpini del dopoguerra continuarono a celebrare la sua memoria. E non stupisce quindi che, a partire dalla pubblicazione del libro di Dominioni - nel quale lo storico accusò l'ufficiale alpino del coinvolgimento nei combattimenti intorno alla grotta -  si ebbe la “ri-apertura” del “fronte” di Zeret. A seguito di una pubblicazione di Federica Saini Fasanotti[2] riguardo alle operazioni italiane di polizia coloniale documentate nelle fonti dell’esercito, si fecero sentire le voci di chi cercava, secondo uno schema già sperimentato ai tempi delle prime inchieste di Angelo Del Boca sui crimini di guerra italiane in Africa, nonché quelle perpetrate dalla Wehrmacht sui campi di battaglia di tutta l’Europa, inizialmente di negare l’accaduto, poi di incolpare del crimine indirettamente le  vittime (perché cercarono di opporsi all’invasore?) ed infine di relativizzarlo e ridurlo ad un fatto d’armi ordinario. Ripulire la memoria del proprio campione  fu l’intento di Gian Paolo Rivolta, speleologo CAI, ingegnere chimico, ex sottotenente dell’Ufficio Difesa N.B.C.. A tal fine egli organizzò due spedizioni che, reperti “scientifici” alla mano – si tratta di congetture sull’espansione del gas in base alle caratteristiche morfologiche della grotta (un po’ come quelle ingegneristiche sulle camere a gas naziste) dovettero scagionare l’ufficiale degli Alpini Sora dall’infamia del criminale di guerra e portare l’episodio di Zeret nell’ambito storico-militare dovuto, vale a dire quello di un cruento scontro tra truppe italiane e partigiani etiopi irriducibili,  cruento “così come è in fin dei conti cruenta è la guerra”.[3] Rivolta non nega l’utilizzo degli agenti chimici ma sminuisce la gravità dell’atto con la costatazione giustificatoria dello scarso effetto avuto sugli assediati. L’argomentazione ricorda le parole di Indro Montanelli riguardo all’uso dei gas in Etiopia: se vi furono casi d’impiego risultarono comunque inefficaci.[4]  Anche sul numero delle vittime complessive, e in particolare su quelle di donne e bambini morti a seguito dell’attacco chimico interviene l’autore con un ricalcolo pedante (tipicamente negazionista), “aiutato” in questo dalla mancanza di fonti da parte dello stato maggiore dell’esercito (Saini Fasanotti parla dell’assenza di documenti ufficiali a tal riguardo[5]). Il nostro speleologo  ignora invece sistematicamente  sia le memorie del testimone oculare Boaglio, sia i risultati delle ricerche documentali ed archeologiche del Dominioni  e di altri studiosi[6].

La revisione o la negazione attuate  intorno a luoghi della memoria come Zeret, personaggi campione come Sora, insomma crimini e criminali di guerra di qualsiasi armata o esercito si muove spesso nell’ambito della ricerca para-scientifica e para-storica (per non dire pseudo-scientifica e pseudo-storica), con il preteso intento celebrativo (150 anni dell’Unità d’Italia) e con un criterio allegramente selettivo delle fonti, in barba agli studi ed alle competenze della storia specialistica. Si tratta il più delle volte di un tentativo di reagire alla decostruzione da parte degli storici di miti identitari cari, in quanto costitutivi, alle comunità nazionali (Italiani, brava gente), locali (nel caso di Sora il paese di Foresto Sparso della Valcalepio, ma un altro più eclatante esempio è quello di Affile (Roma)  con il monumento celebrativo di Rodolfo Graziani) o ad associazioni di ex-combattenti (ANA) o gruppi vicini ad essi (CAI). Miti e luoghi della memoria sono, come è noto, duri a morire e possono riemergere alla maniera di fiumi carsici dopo molto tempo in contesti politico-culturali e mediatici mutati. Ed è di nuovo il caso del nostro personaggio, il tenente colonello Sora. Anzi per essere preciso del maggiore Gennaro Sora, visto che ricoprì questo grado militare quando, da comandante del battaglione Edolo inventò la Preghiera dell’Alpino[7]. La polemica si infiammò prima intorno al testo, più volte rimaneggiato nel dopoguerra da parte dell’Ordinariato militare per “defascistizzarlo”. In quel contesto fu curiosa la successiva decisione di utilizzare una versione più “pacifista” per le truppe operative ed una più “battagliera” per quelle in congedo, cioè l’ANA. L’adeguamento del testo alle sensibilità del 21º secolo provocò oltre alle polemiche intorno al rifacimento l’accendersi ex novo della diatriba intorno al suo autore e al massacro della grotta di Zeret, come riporta puntualmente Antonio Brusa nel suo saggio Zeret e San Boldo. Storia di preghiere, di conflitti mediatici e di rimozioni (Novecento.org.)[8]. Come accadde già in precedenza nel contributo del bergamasco Rivolta ci si ripropose nuovamente il tentativo di negare la responsabilità dell’ufficiale degli Alpini con una novità - a confermare l’impressione della longeva virulenza dei dibattiti sui miti e luoghi della memoria: a rendere ancor più esplosiva la querelle – condotta prevalentemente sui social -  vi fu il tentativo di contestualizzarla nel dibattito politico attuale sull’immigrazione.  Malgrado l’apparente distanza tra le due realtà politiche, quella degli anni ’30 del secolo scorso e quella del secondo decennio del 21º secolo, il “fattaccio” di Zeret e il tema dell’immigrazione riportano e ripropongono il doloroso problema del rapporto dell’Italia in senso stretto con il proprio colonialismo - con il Corno d’Africa oltre che con la Libia -, e in generale quello dell’elaborazione del proprio passato bellico di 8 decadi fa. Forse potrebbe risultare utile ripensare questa mancanza proprio in concomitanza con  l’11 giugno 2020, ricorrenza della dichiarazione di guerra dell’Italia alla Francia ed all’Inghilterra.

Ma ritorniamo alla fine di nuovo al piccolo villaggio dell’altipiano settentrionale dello Scioà. Il ricordo del sergente maggiore Boaglio, “artefice” e “manovale” dell’attacco chimico, di quello che ha visto essendosi alla fine inoltrato nella grotta si condensò nelle seguenti parole:

 La scena era impressionante: la volta della grotta era altissima e lo spazio vasto come una piazza, per ogni dove, dopo che gli occhi si abituarono alle semioscurità, scorsi carogne di animali gonfie e puzzolenti e fra queste, corpi straziati di ribelli, di donne anche di ragazzi. La confusione dei letti, di panni, lance, orci, ceste e di tutte le misere suppellettili che formano il mobilio di una casa indigena denotava lo scompiglio che vi era regnato. Qua e là semisepolti da mucchi di stracci gemevano dei feriti impressionanti per i lucidi occhi sbarrati dal dolore; dopo gli ufficiali, fece irruzione nella grotta la compagnia indigena di scorta e allora la confusione diventò caos.[9]

Bastano queste poche righe a suffragare l’unica conclusione possibile: Si trattò di una strage! E la questione della responsabilità? Visto che si è invocato per l’ufficiale prima la formula assolutoria dell'"aver agito su ordini" per poi ripiegare sulle attenuanti provate dal fatto di essersi scontrato con "indigeni irriducibili, armati fino ai denti”? Se si volesse condividere la chiave interpretativa giustificatoria del Rivolta secondo cui tra le 924 vittime etiopi documentate dai comandi italiani vi furono vittime anche colpevoli, oltre che innocenti – ma ci si chiede colpevoli di che cosa se non del fatto di essersi opposti al aggressore – va perlomeno adottato nei confronti dell’eroe alpino lo stesso criterio di giudizio. Quindi – cito le “pacate” parole finali che Andrea Pioselli usa nel suo saggio per alcuni aspetti conclusivo Zeret, Gennaro Sora e la memoria degli italiani (Istituto bergamasco per la storia della Resistenza):

[…] resta una misura precisa delle responsabilità. Sora, per quanto concerne l’assedio, era il terzo nella catena gerarchica: la sua autonomia era minore del generale Ugo Cavallero e del colonnello Lorenzini, ma maggiore di chiunque altro a Zeret. In un senso tragicamente rovesciato rispetto alle vittime etiopi, anche per lui resta dubbio potere parlare di innocenza.[10]

 



[1] Le sue memorie vennero utilizzate per la prima volta da MATTEO DOMINIONI nel suo libro Lo sfascio dell’Impero : gli italiani in Etiopia 1936-1941, Laterza, 2006 e pubblicate dallo stesso Dominioni e dal figlio del Boaglio, Giovanni, presso la casa editrice Mimesi nel 2010: BOAGLIO, Alessandro, Plotone chimico. Cronache abissine di una generazione scomoda.

[2] SAINI FASANOTTI, Federica, Etiopia 1936-1940. Le operazioni di polizia coloniale nelle fonti dell'esercito italiano, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’esercito, Roma,2010

[3] RIVOLTA, Gian Paolo, La battaglia alla grotta del ribelle di Zeret (Etiopia) nell’aprile 1939

[4] MESSINA, Dino  Le armi chimiche in Etiopia e l’ammissione di Montanelli (Corriere Digital Edition) in: https://www.corriere.it/extra-per-voi/2016/04/02/armi-chimiche-etiopia-l-ammissione-montanelli-54d37986-f8fc-11e5-b97f-6d5a0a6f6065.shtml

[5] SAINI FASANOTTI, Federica, Etiopia 1936-1940. Le operazioni di polizia coloniale nelle fonti dell'esercito italiano, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’esercito, Roma,2010

[6] GONZALEZ-RUIBAL, Alfredo - SAHLE, Yonatan - VILA, Xurxo, A social archaeology of colonial war in Ethiopia. World Archaeology. 43. 40-65.

[7] Storia della “PREGHIERA DELL’ALPINO” (ANA. Sezione Pordenone) in: http://www.alpini-pordenone.it/?q=node/81

[8] BRUSA, Antonio, Zeret e San Boldo. Storia di preghiere, di conflitti mediatici e di rimozioni (Novecento.org.) in: http://www.novecento.org/uso-pubblico-della-storia/zeret-e-san-boldo-storia-di-preghiere-di-conflitti-mediatici-e-di-rimozioni-1550/

[9] PIOSELLI, Andrea, Zeret, Gennaro Sora e la memoria degli italiani (Istituto bergamasco per la storia della Resistenza) in:http://www.isrecbg.it/web/wp-content/uploads/2014/04/Pioselli_N.-77.pdf

[10] PIOSELLI, Andrea, Zeret, Gennaro Sora e la memoria degli italiani (Istituto bergamasco per la storia della Resistenza) in:http://www.isrecbg.it/web/wp-content/uploads/2014/04/Pioselli_N.-77.pdf

Biblio-sitografia citata:

BAGLIO, Educare all’odio. La difesa della razza 1938-1943, (ampia recensione del libro di V. Pisanty, 26 genn. 2013) in: https://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o37289:e1

BRUSA, Antonio, Zeret e San Boldo. Storia di preghiere, di conflitti mediatici e di rimozioni (Novecento.org.) in: http://www.novecento.org/uso-pubblico-della-storia/zeret-e-san-boldo-storia-di-preghiere-di-conflitti-mediatici-e-di-rimozioni-1550/

Buongiorno dall’Etiopia: cartoline coloniali italiane – Documenti in: https://aghg.wordpress.com/2017/05/10/buongiorno-dalletiopia-cartoline-coloniali-italiane-documenti/

Colonialismo e tutela della razza (Novecento. Org.) in: http://www.novecento.org/dossier/mediterraneo-contemporaneo/colonialismo-e-tutela-della-razza/

GABRIELLI, Gianluca       Razzismo coloniale italiano : dal Madamato alla legge contro le unioni miste (Novecento.org.) in: http://www.novecento.org/didattica-in-classe/razzismo-coloniale-italiano-dal-madamato-alla-legge-contro-le-unioni-miste-3634/

GONZALEZ-RUIBAL, Alfredo - SAHLE, Yonatan - VILA, Xurxo, A social archaeology of colonial war in Ethiopia. World Archaeology. 43. 40-65.

MESSINA, Dino Le armi chimiche in Etiopia e l’ammissione di Montanelli (Corriere Digital Edition) in: https://www.corriere.it/extra-per-voi/2016/04/02/armi-chimiche-etiopia-l-ammissione-montanelli-54d37986-f8fc-11e5-b97f-6d5a0a6f6065.shtml

PIOSELLI, Andrea, Zeret, Gennaro Sora e la memoria degli italiani (Istituto bergamasco per la storia della Resistenza) in:http://www.isrecbg.it/web/wp-content/uploads/2014/04/Pioselli_N.-77.pdf

PODESTÀ, Gian Luca, L'emigrazione italiana in Africa Orientale, 2004 in: http://www.ilcornodafrica.it/rds-01emigrazione.pdf

Quando l’Italia fascista usava le armi chimiche in Etiopia [VIDEOREGISTRAZIONE] (https://www.internazionale.it/video/2019/04/25/italia-fascista-armi-chimiche-etiopia

SAINI FASANOTTI, Federica, Etiopia 1936-1940. Le operazioni di polizia coloniale nelle fonti dell'esercito italiano, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’esercito, Roma,2010

Storia della “PREGHIERA DELL’ALPINO” (ANA. Sezione Pordenone) in: http://www.alpini-pordenone.it/?q=node/81

Il tesoro di Debre Libanos: l'elenco dei beni saccheggiati dai soldati italiani [VIDEOREGISTRAZIONE] (https://www.youtube.com/watch?v=NKSBN_0fMmI
Ultimo aggiornamento
29/06/2020