Il monastero dei Ss. Ilario e Benedetto

Nel IX secolo l’isola veneziana di San Servolo non garantiva più le condizioni minime di vivibilità e così i monaci Benedettini che vi risiedevano furono trasferiti,  per volontà del Doge Agnello Partecipazio, sulla terraferma lungo la laguna dove un tempo sorgeva l’antico villaggio romano. Con l’atto di donazione firmato da Carlo Magno nell’819, i monaci ricevettero l’uso perpetuo della Cappella Ducale di S. Ilario e i diritti  su un gran numero di terreni esenti dalle “gabelle”. Nell’829 il Doge Giustiniano stese il suo testamento, nel quale dichiarò la volontà di lasciare i marmi e le pietre provenienti da Equilio per la costruzione del nuovo monastero e di ben 15 masserie. Da quel momento il nuovo monastero sarà intitolato ai Ss. Ilario e Benedetto. Gli abati acquistarono subito forza e potere lungo il territorio lagunare, al punto di essere considerati dei “principi feudali”. In breve tempo il monastero divenne il fulcro della vita sociale ed economica, favorendo lo scalo merci lungo i canali navigabili e agevolando le comunicazioni via terra.  Ad accrescere ulteriormente il potere furono anche i lasciti di alcune famiglie nobili di cui i monaci benedettini beneficiarono. La scelta del ducato di trasferire il monastero sulla terraferma si rivelò strategica per consolidare il controllo politico ed economico.
Tuttavia, la vita del monastero fu sempre condizionata da quella del dogado, e per questo travagliata a causa delle lotte di potere fra le città di Venezia, Padova e Treviso. Inoltre le invasioni dei popoli barbarici lasciarono scie di distruzione anche lungo la laguna: in più di un'occasione il monastero fu preso d’assalto, distrutto e riedificato.
Anche le trasformazioni ambientali non favorirono la vita dei monaci; determinanti furono i tagli del fiume Brenta, effettuati in primo luogo dai padovani alla ricerca di una via navigabile che permettesse loro di arrivare in laguna, evitando di passare sui territori veneziani e pagare i dazi. Quando nel XIII secolo i padovani rafforzarono il loro controllo sui territori del ducato veneziano, i monaci, che in un primo momento accettarono la loro protezione, scelsero di lasciare definitivamente la terraferma, troppo paludosa e inospitale, per trasferirsi nella nuova sede di San Gregorio a Venezia.

Tommaso Temanza documentò per primo, nella sua Dissertazione sopra l'antichissimo territorio di Sant'Ilario, i ritrovamenti di Dogaletto riguardanti la zona vicino alla quale sorgeva il monastero. Dal sito emersero per lo più elementi di epoca romana: frammenti di mosaico, laterizi e ceramiche.

Nel XIX secolo, quando divenne proprietario del territorio il Marchese Saibante, si intervenne con nuove operazioni di scavo. L’impresa fu documentata dal cavaliere Eugenio Gidoni  nella sua  “Raccolta di scritti ed atti uffiziali relativi agli scavi fatti e da farsi nel sito della celebre abazia di Sant’Ilario. Mestre 1880”, le sue osservazioni furono trascritte e commentate dal Marzemin nel 1912. In quell’occasione vennero portati alla luce diversi reperti di epoca altomedioevale, le fondamenta della chiesa e della torre campanaria. Tutto il materiale recuperato fu trasferito nella raccolta del Museo Correr a Venezia.

Nel 2007 l’insegnamento di Archeologia Medioevale dell’Università Ca' Foscari di Venezia, con i finanziamenti della Giunta Regionale del Veneto, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica per il Veneto e il Comune di Mira, ha attivato un progetto di ricerche di superficie shovel test nell'area. Questo progetto è nato con l’obiettivo di studiare la reale posizione delle strutture del cenobio di epoca altomedioevale e medioevale e verificare cosa vi fosse ancora presente in situ;  accertare successivamente la qualità dei depositi archeologici, delimitare le aree di interesse archeologico e definire una prima zonizzazione topografica degli elementi nel sito.
Durante la ricognizione sul terreno sono state rinvenute diverse tipologie di resti: vetro, frammenti di decorazione architettonica in marmo, ossa animali e umane, frammenti ceramici, recipienti in pietra ollare, oggetti in metallo e tessere musive. Su un'area di 3500 metri quadrati sono state recuperate complessivamente ben duemila unità: i reperti sono stati datati per la maggior parte fra il IV-V e il XIX secolo, con una concentrazione del 46% di quelli relativi al periodo tra il VII e il X secolo. L’operazione è stata documentata da Diego Calaon e Margherita Ferri nell’articolo Il monastero dei Dogi. SS. Ilario e Benedetto ai margini della laguna Veneziana in Missioni archeologiche e progetti di ricerca e scavo dell'Università Ca' Foscari Venezia : 6. Giornata di studio, Venezia 12 maggio 2008 a cura di Sauro Gelichi, p. 185-197.

Molti dei reperti rinvenuti nei secoli sono andati perduti, altri sono stati riutilizzati come materiale di recupero, alcuni confluirono a Gambarare e furono impiegati per la costruzione del duomo. Non furono mai ritrovate, invece, le tombe dei Dogi Pietro II e Vitale Candiano. La storia racconta che i loro corpi furono sepolti nel monastero di Sant’Ilario e che i sarcofaghi riportassero le iscrizioni “a populo spretus / lux eligor / occidor ferro” e “cives discordes morior monachus”.


Le biblioteche di Mira hanno acquisito le parti degli Atti della Regia Accademia dei Lincei, anno CCLXXX, Serie Terza, Vol. XL, 1882-1883, nelle quali viene testimoniato il ritrovamento archeologico di Sant'Ilario, con una descrizione accurata dei rinvenimenti. Abbiamo pubblicato il documento in PDF, che è possibile scaricare (link a fianco sulla sinistra).



L'Abbazia di Sant'Ilario su Wikipedia

 

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Ultimo aggiornamento
21/08/2017