Carnefici: la fotografia del male


Il 27 gennaio, giorno di liberazione del campo di concentramento di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa (1945), venne istituito ufficialmente dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite come giornata per commemorare le vittime dell’Olocausto nell'ormai lontano 2005. Da allora si sono celebrate a cadenza annuale le ricorrenze di questa data con la spesso ossessiva ricerca di sempre nuove modalità commemorative, atte ad evitare l’assuefazione,  la noia e quindi un calo d’interesse. Partendo forse da un'interpretazione della giornata fin dall’inizio equivoca si poneva maggiore attenzione all'aspetto "empatico", al tentativo di “toccare” le corde emotive di “chi non dovrebbe dimenticare”, fino all’implicito invito di cercare di immedesimarsi il più possibile con le vittime. Al di là dell'oggettiva impossibilità di “rivivere” razionalmente ed emotivamente un evento che per la sua immensità resta indicibile, irripetibile e perciò non “ri-elaborabile”, va detto con tutta chiarezza che non vi è bisogno di “(ri)vivere” emotivamente la Shoah, l’hanno fatto già  milioni di ebrei sterminati e lo fanno (facevano) i sopravvissuti per tutto il resto della loro vita. Nasce il sospetto che i Giorni della Memoria commemorino più le vittime – quasi fosse a titolo risarcitorio, una specie di omaggio - che non gli accadimenti, vale a dire lo sterminio, che fu opera non delle vittime, ma dei loro carnefici. Il genocidio in sé, l'operato con i suoi operatori non vengono quasi mai posti a tema della Giornata della Memoria dato che non ci sarebbe ovviamente nulla da celebrare. Invece ci sarebbe ancora molto da ri-conoscere. Elena Loewenthal parla a tal proposito della "dismissione della memoria", una memoria celebrata "dall'esterno", - come se noi gentili non c'entrassimo niente - e dell'imperativo di una memoria collettiva che "deve servire a prendere coscienza, appropriarsi e sentirsi parte della storia evocata".(Elena Loewenthal, Contro il giorno della memoria).
Le indicibili crudeltà commesse dai nazisti e dai loro fiancheggiatori vengono spesso liquidate con il vago, generico concetto di male assoluto, di follia demoniaca o di un singolo (Hitler) o di un gruppo dirigente (Himmler, Heydrich, Göring ecc.). Solo a volte ci si rifà altrettanto frettolosamente al teorema della banalità del male equivocando anche quì il significato del concetto:  banali, mediocri erano gli assassini in nuce, certamente non il loro operato e la loro condotta morale nell'esecuzione dello sterminio. A perpetrare il genocidio, vittima dopo vittima, furono spesso persone che, per estrazione, educazione, formazione e professione, assomigliavano  al proverbiale “simpatico signore della porta accanto”.


SS e aiutanti in un momento di pausa

Cittadini che non avrebbero mai mosso forse nemmeno un dito contro un ebreo, finirono a sterminare ognuno singolarmente decine, centinaia se non migliaia tra uomini, donne e bambini premendo consapevolmente il grilletto, ammassando consci della loro atroce fine  vittime inermi su camion o camere di gasificazione. Questi non erano banali, erano bensì dei mostri cresciuti spesso da contesti banali.Quel che si dimentica, è la parte dell’Europa (non soltanto della Germania) nello sterminio, una parte che viene spesso relegata in secondo piano proprio perché si “celebrano le vittime”. Eppure il nostro continente  faceva allora parte attiva, passiva o silente che sia del piano di annientamento del popolo ebraico e comunque non fu in grado di fermarlo. I quadri direttivi della macchina sterminatrice provenivano sì dalle scuole d’indottrinamento delle SS, erano funzionari di polizia o della GESTAPO; essi furono spesso laureati in giurisprudenza, avvocati, accademici in generale e come tali hanno avuto modo durante gli anni della loro formazione di “abbeverarsi” alla sorgente della civiltà occidentale, della cultura di un popolo quello tedesco “di poeti e pensatori”. Gli stessi ideatori e organizzatori dell’Olocausto si presentarono nella sfera privata il più delle volte con l'aspetto di amorevoli padri di famiglia  che vivevano circondati da premurose mogli e graziosi bambini accanto ai lager infestati dall'odore dolciastro della morte, affollati da centinaia di migliaia di esseri umani ridotti a larve.


Ufficiali delle SS ritratti mentre cantano per alleviare lo stress

L’irriducibile contrasto delle esistenze bipolari di uomini per bene e di assassini di milioni di creature inerme dovrebbe sollevare in noi giusti interrogativi circa la fonte, le motivazioni, i meccanismi di qualsiasi natura capaci di far nascere nell'animo umano la disponibilità di perpetrare azioni di tanta efferatezza. Dovute perplessità circa il potere persuasivo di un opportunismo tutto quieto vivere, della resa  conformistica  alle sirene di un carrierismo “costi quel che costi” o infine del piegarsi alla propaganda esiziale di artificiosi, astorici miti  de-umanizzanti, costruiti tutti a tavolo dagli assassini con i colletti neri. Insomma la decisione e non-decisione oppositiva di prestarsi come manovalanza più o meno compromessa ai meccanismi di sterminio. Meccanismi che inizialmente erano tutto altro che germanica-mente efficienti e lasciavano  ancora vistose fessure all'umana improvvisazione, se non all'umano sentire. 

Il dottor Josef Mengele, chiamato “Angelo della Morte”  (secondo da sinistra). Con lui ci sono il comandante del campo di Auschwitz, Richard Baer, il comandante di Birkenau Josef Kramer e il precedente comandante Rudolf Hoess.

Di fronte a questo sconcertante quadro  non basta fermarsi al pur giusto, e purtroppo ormai troppo spesso abusato richiamo alla compassione commemorativa – in fondo che cosa è memoria senza cognizione, soprattutto se le si chiede di rendere evitabile, più facilmente contrastabile qualsiasi futuro rigurgito di odio razziale, politico, religioso. La nostra lotta contro il maggiore male del XX secolo richiede uno sforzo conoscitivo del contesto storico di allora, del humus sociale, culturale, politico, economico nel quale insorgevano e si diffondevano le mefitiche epidemie dell’ideologia, dell’antropologia e del “mondo” mentale dello sterminio. Il percorso tematico qui presentato vuole essere un minimo contributo ed offrire uno spunto iniziale per mettere sotto “tiro” questo mondo, il mondo dei carnefici.

Il Museo Nazionale dell’Olocausto di Washington (United State Holocaust Memorial Museum, USHMM) ha pubblicato una raccolta di fotografie in cui appaiono ufficiali e guardie in pose rilassate e sorridenti, mentre migliaia di ebrei venivano torturati e uccisi nelle camere a gas
Le foto appartenevano a Karl Hoecker, aiutante del comandante del campo di concentramento di Auschwitz, Richard Baer.

Karl Hoecker in viaggio, sorridente

Ultimo aggiornamento
22/04/2020