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Rom, Sinti ed altri popoli "viaggianti": la loro storia e le nostre fobie

Negli Stati Uniti vivono un milione o più di zingari, oltre sessanta tribù che vagano per il paese conducendo una esistenza in apparenza romantica, in realtà squallida e brutalmente primitiva. La vita di questo popolo, che custodisce i segreti delle proprie antiche costumanze e dei propri antichi tabù più ferocemente ed efficacemente della mafia…Le oscure origini dei rom, le politiche cui vanamente ricorsero e ricorrono tuttora gli stati europei per arginare l’invasione di questa razza selvaggia, giunta molti secoli fa da una regione non ancora bene individuata nell’Oriente, le traversie degli zingari durante l’esodo, la loro organizzazione sociale, le astuzie diaboliche delle loro donne per derubare e truffare i gonzi, gli espedienti incredibili cui essi ricorrono per impedire ogni censimento e per non essere assimilati dalla civiltà che odiano, tutto ciò costituisce lo sfondo di una vicenda che Maas ricostruisce e narra con la sua obiettività straordinariamente incisiva di freddo cronista …”.

Non si tratta di parole frutto di elucubrazioni sovraniste del Klu Klux Klan, o di vaneggiamenti razzisti di giovinastri appartenenti a un gruppuscolo neonazista. Il passo estrapolato costituisce l’abstract stampato sui risvolti del libro-romanzo “Il re degli zingari” di Peter Maas, edizione Rizzoli del 1976. Ci si potrebbe chiedere se valga la pena indignarsi per un giudizio, una descrizione della realtà apparentemente distorta nella sua superficialità se non vi colpisse la veemenza del tono, il livore apertamente razzista ed i pregiudizi e preconcetti ivi utilizzati. Non manca nemmeno l’accenno misogino alle presunte arti diaboliche delle donne gitane. Il tenore della sintesi sembra voler ripercorrere i binari classici dello stereotipo antisemita nazionalsocialista: gli zingari, come gli ebrei, appartengono ad una razza squallida, inferiore e primitiva di origini oscure collocate in un Oriente notoriamente caratterizzato dalle pulsioni più irrazionali, ferine e basse.  La loro presunta tendenza a delinquere origina da radici biologico-razziali. La loro vita ed organizzazione sociale si poggia sulla segretezza tipica di chi con mente criminale – “peggio della mafia” -  intenda cospirare contro l’odiato mondo civilizzato. Difatti questi “Savi di Zion” in veste zingara tramano, come i loro fratelli semiti, per la fine della civilizzazione occidentale. Il loro rifiuto di assimilazione in un mondo ordinato, i. e. sedentario persiste nonostante tutte le coazioni poste in essere dagli stati europei. Il loro errare perenne viene interpretato, come già nei figli del popolo d’Israele, come un marchio di colpevolezza. L’autore del riassunto non vuole rendere più esplicito il suo riferimento alle misure che il vecchio continente ha imposto o sta – siamo nell’anno 1976 - ancora adottando contro zingari e nomadismo, ma di sicuro non sembra che voglia distanziarsi da esse. Appare sconcertante osservare come il patrimonio della romanífobia nato in Europa sia stato esportato appena si fosse presentato negli USA un primo nucleo d’immigrazione gitano alla fine del 19º secolo. Il meccanismo discriminatorio nei confronti di “orde” di immigranti-invasori non colpì solamente il popolo romaní ma si estese ogni qual volta a italiani, ebrei, irlandesi, latinos, chicanos ecc. e trova tutt’ora alimento nella paura – paradossale in un paese che ha fatto della migrazione verso occidente un topos identitario - che questi nuovi arrivati potessero sovvertire il controllo sociale, ancor di più se si sottraevano alla sedentarietà e certezza di una fissa dimora.
L’autore dell’abstract tira, per riassumere, quindi tutti i registri dell’antiziganismo che in Europa accompagna i Romaní sin dalla loro apparizione nel Medioevo. Allora furono le paure ataviche e le diffuse superstizioni sulla causa del loro nomadismo e sulle pratiche magiche e divinatorie ad emarginare questi popoli ed ad associarli ad eretici, nemici del cristianesimo/alleati dei turchi o semplicemente ladri e banditi. Con la nascita delle società moderne, con i primi provvedimenti di controllo sociale, con la condanna morale dell’accattonaggio da parte delle Chiese protestanti i “popoli viaggianti” venivano repressi e, qualora non si fossero sottomessi al controllo poliziesco, emarginati. Molti membri finirono accomunati con le categorie sociali più infime, vagabondi, criminali e mendicanti. Se i principi illuminati del 18º secolo respinsero da una parte le credenze e superstizioni circa i legami tra la stregoneria e i popoli romaní, cercarono dall’altra attraverso campagne di sedentarizzazione coatta di creare “nuovi sudditi” e di sottometterli alla “tutela” dello stato moderno. Nonostante tutto i così detti “nomadi” sopravvissero assieme alle loro modalità di vita ed alle loro attività lavorative. In una società ancora prevalentemente rurale c’era bisogno di fabbri, calderari, bottai, costruttori di carri ed allevatori di cavalli itineranti. Essi molto spesso si confondevano con gli innumerevoli lavoratori, artigiani e commercianti stagionali che percorrevano l’Europa da sud a nord e da est a ovest. La seconda ondata di industrializzazione alla fine del 19º secolo e dopo la Prima Guerra mondiale sottrasse assieme all’inizio dell’urbanizzazione progressiva di vaste lande europee a molti gruppi di artigiani e commercianti ambulanti le fonti di sopravvivenza. Ne conseguiva una loro ulteriore marginalizzazione sociale. Nel frattempo l’apparato di sicurezza pubblica ha fatto dei passi da gigante nel controllo territoriale. Il compito prefissato era quello di sorvegliare e censire tutti i cittadini, avessero o meno una fissa dimora. Un’attenzione particolare si prestava comunque a quegli elementi, spesso già allora definiti asociali, che a causa del loro “vagabondare” di luogo in luogo, nazione in nazione, destavano grande preoccupazione. Venivano istituiti speciali nuclei di lotta alla piaga degli zingari e si iniziava quindi, specie con l’alba del nuovo secolo a registrare le singole famiglie nomadi, a classificarle per appartenenza a questo o quest’altro popolo, a prenderne le impronte digitali e a ricostruirne le provenienze. Il prodotto di tanta cura furono raccolte di censimento dei nomadi come il così detto Zigeuner-Buch, che redatto nei primi anni del 20º secolo a Monaco di Baviera contava nel 1936 già il ragguardevole numero di 19.000 nominativi. La fortuna di questo libro travalicò i confini del Reich e vide un suo utilizzo diffuso anche in Austria e Svizzera. La registrazione ed il censimento di Romaní ed altri popoli nomadi era una misura che non rimase circoscritta ai paesi germanofoni dell’Europa centrale. Un po’ ovunque gli apparati di sicurezza pubblica cercarono di impedire l’afflusso e la permanenza di nomadi cittadini stranieri sul proprio territorio. Viceversa tentarono di arginare, ossia prosciugare il terreno alla “piaga del nomadismo” endogeno mediante l’allontanamento coatto dei figli alle loro famiglie originarie ed il loro affidamento a famiglie di “comprovata lealtà alle istituzioni”. Il vagabondaggio veniva allora interpretato come un vero e proprio patogeno capace di indebolire il tessuto sociale della nazione. Il gene dell’istinto del nomadismo rappresentava così un pericolo per le comunità statali e relegava le popolazioni romaní nella posizione di “ariani decaduti” equiparabili ad una “razza degenerata” di esseri asociali, disadattati biologicamente propensi a delinquere. Fu questa definizione delle tendenze criminogeni su base razziale-biologica a spalancare per i nomadi europei le porte all’eugenetica nazionalsocialista. Già nel 1938 venne presentata una proposta di legge che legalizzasse la sterilizzazione obbligatoria di tutte le donne zingare sposate con ariani. Successivamente tale provvedimento venne esteso a tutti i figli nomadi al di sopra dei 12 anni. Malgrado la sedentarietà della stragrande maggioranza dei nomadi tedeschi e la loro integrazione nella società ormai da molti decenni – numerosi furono i soldati che ebbero prestato servizio in guerra con altrettante decorazioni – iniziarono ben presto gli internamenti di romaní in lager predisposti sul suolo tedesco prima della soluzione definitiva del problema zingaro attraverso le deportazioni verso est.
La Porajmos, letteralmente il “grande divoramento”, la “devastazione”, seguiva nelle sue tappe il calendario della Shoah, lo sterminio degli ebrei. Con l’invasione della Polonia e soprattutto l’occupazione dell’Unione Sovietica occidentale si aprirono nuovi scenari circa il problema dei nomadi. Le conquiste militari creavano spazio per la deportazione degli zingari, soprattutto quelli del Reich e dei suoi satelliti (territori che dovevano essere liberati dagli zingari, così come dovevano essere “judenfrei”) nei ghetti di recente istituzione, soprattutto a Łódź e nei campi di concentramento di Treblinka, Bełzec, Sobibor e Majdanek. Dall’altra parte l’accrescimento territoriale poneva il problema di come affrontare la gestione della popolazione sinti e rom originaria di questi nuovi territori e difficilmente intercettabile nei suoi spostamenti. La soluzione si trovava, come già con gli ebrei, con l’intervento e lo sterminio mediante le fucilazioni di massa da parte delle unità SS mobili, le famigerate Einsatzgruppen che agivano nel territorio polacco e quello sovietico.
Le crescenti difficoltà logistiche nell’internamento delle popolazioni indesiderate e nella loro eliminazione fisica spinsero Hitler ed i suoi gerarchi a cercare la soluzione definitiva al problema ebraico e zingaro – dopo che a causa delle sconfitte nel Africa settentrionale venne meno la delirante soluzione di una loro deportazione verso l’Isola del Madagascar. Quel che era per gli ebrei la Conferenza di Wannsee (gennaio 1942) fu per i popoli nomadi il Decreto Auschwitz promulgato da Heinrich Himmler nel dicembre 1942. Tutti gli zingari del Reich, rom, sinti, manouches, e nomadi, come i Jenische  - eccetto quei pochi che lavoravano nelle imprese belliche tedesche - furono deportati ad Auschwitz-Birkenau. I gruppi di zingari sopravvissuti alle fucilazioni di massa e ai ghetti provenivano da tutti i paesi sotto il controllo del regime nazista, dal Belgio, dai Paesi Bassi e dalla Francia. Il primo gruppo di zingari giunse a Birkenau il 26 febbraio 1943. All'arrivo nel campo gli zingari non venivano né smistati a seconda del sesso o dell'età né rasati a zero, ma venivano condotti tutti indistintamente nello Zigeunerlager. Gli zingari vivevano raggruppati per clan e le donne potevano partorire, uniche in tutta Auschwitz ad avere questo privilegio. Gli zingari non partecipavano ai gruppi di lavoro, ma in compenso furono abbandonati a sé stessi in condizioni indescrivibili. La totale mancanza di cibo e di cure mediche faceva sì che il campo fosse continuamente colpito da tremende epidemie. Nel marzo del 1943 il dottor Josef Mengele divenne il capo dei medici del campo zingari, che rappresentava la massima autorità sanitaria dello Zigeunerlager. Uno dei motivi per cui agli zingari fu permesso di vivere in gruppi familiari fu quello di permettere al dottor Mengele di condurre i propri studi sui bambini, e soprattutto sui gemelli. Fu lo stesso Mengele ad ordinare che ai bambini zingari gemelli fosse tatuata la sigla ZW (Zwilling). La particolare attenzione medica riservata agli zingari era dovuta alla loro presunta appartenenza alla razza pura degenerata, per questo furono sottoposti a specifici esperimenti genetici. Venivano condotte prove antropometriche, esperimenti sull'ereditarietà per comprovare la superiorità dei caratteri razziali su quelli ambientali fino ad arrivare agli scambi di sangue tra individui. Nel caso dei gemelli tutte le sperimentazioni per essere valide dovevano terminare con il decesso contemporaneo di entrambi, che avveniva con un'iniezione di fenolo nel cuore in modo da facilitare l'esame degli organi interni.
Prima della liquidazione degli zingari di Birkenau, pianificata per il maggio del 1944, vennero trasferiti negli altri campi del Reich tutti quelli ancora idonei a lavorare. Ma gli zingari rimasti nel Zigeunerlager furono avvertiti dell'imminente arrivo delle SS che dovevano “sgombrare” il campo. Così il 16 maggio gli zingari, organizzandosi e munendosi con qualsiasi attrezzatura potesse essere usata come arma di difesa, riuscirono momentaneamente a contrastare le SS. L'eliminazione degli zingari fu tuttavia solo posticipata al 2 agosto dello stesso anno. Prima di questa data i nazisti decisero di dividere la popolazione zingara, trasferendo più di 1.000 individui a Buchenwald in modo tale da togliere forze fresche pronte a resistere nuovamente. La notte del 2 agosto, 2.897 zingari tra uomini, donne e bambini trovarono la morte nel crematorio numero 5, quello più vicino allo Zigeunerlager.
Le cifre approssimative raccolte dai ricercatori negli anni parlano di circa 500.000 morti tra Rom e Sinti a causa dello sterminio nazista. 30.000 trovarono la morte nei campi di concentramento in Polonia a Sobibor, Bełżec e Treblinka. Più di 7.000 zingari trovarono la morte ad Auschwitz durante le epidemie di tifo e tubercolosi che colpirono lo Zigeunerlager nel 1943 a causa delle cure inesistenti e delle pessime condizioni igieniche. L'unica cura per chi si ammalava era la camera a gas. In base alla documentazione che abbiamo, possiamo dire che, degli oltre 22.000 zingari deportati a Birkenau, 20.000 trovarono la morte nel lager.
L’elaborazione del porajmos dopo il 1945 era ostacolato a lungo dalla mancanza del concetto stesso di persecuzione/sterminio di zingari e nomadi, non solo in Germania ma anche negli altri stati europei. Le vittime continuarono ad essere internate spesso negli stessi luoghi in cui si trovarono i campi di concentramento nazionalsocialisti. Gli arresti avvennero a seguito di provvedimenti di pubblica sicurezza emanati da ex funzionari delle SS che i nuovi organi federali hanno assunto proprio per la lotta contro il nomadismo. Ne sono esempi i Dipartimenti per gli Zingari e la Lotta al Nomadismo degli uffici investigativi criminali statali della Baviera, del Nordreno-Vestfalia e lo stesso Ufficio Investigativo Criminale Federale. Dai tribunali locali fino alla Corte federale di giustizia di Karlsruhe venne negato il carattere razzista delle persecuzioni e dello sterminio e sostenuta la tesi in base alla quale le deportazioni sarebbero avvenute a causa dello status di “asociali senza fissa dimora” assegnato alle popolazioni romaní e jenisch. Eventuali richieste di risarcimento avanzate sull’esempio di quelle delle vittime della Shoah vennero rispinte quasi in toto con percentuali vicine al 100%. Solamente nei primi anni ’80 del secolo scorso le vittime del porajmos si videro restituite la cittadinanza tedesca dopoché per più di trent’anni molti sopravvissuti dovettero vivere come apolidi. Il governo federale tedesco riconobbe infine nel 1982 in base alla Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio emanata nel 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite “quale genocidio i crimini commessi durante il nazionalsocialismo nei confronti della minoranza romaní”. L’insensibilità nei confronti del destino subìto dai Romaní e il razzismo persistente ancora negli anni ’60-’70 è esemplificato dal fatto che fino al 1976 “resistette” in Svizzera il programma eugenetico “Kinder der Landstrasse” (Bambini della strada) organizzato dall’Associazione Pro Juventute . Con l’appoggio ed il finanziamento del Governo Federale venivano tolti figli minorenni alle famiglie zingare e jenishe ed affidati ad altre famiglie svizzere.
Mentre i paesi occidentali e tra essi soprattutto la Germania dovettero combattere i tutt'ora esistenti pregiudizi nell'opinione pubblica e le restrizioni nell'ambito legilativo, procedettero i paesi comunisti con i programmi di prima della guerra, vale a dire la registrazione di tutti i romaní cittadini del singolo paese e la loro sedentarizzazione, prima volontaria e poi coatta. I nomadi erano costretti a provvedere alla scolarizzazione dei prorpi figli ed ad integrarsi nell'ambito lavorativo attraverso un'istruzione professionale a volte parallela a quella nazionale. Il percorso difficile e a volte contraddittorio delle stesse comunità gitane è esemplificato dal destino dei rom polacchi e con essi della maggiore poetessa rom, Bronisława Wajs detta Papusza.
   Dopo la caduta della cortina di ferro nel 1989 e l’allineamento degli ex-paesi del Patto di Varsavia all’Europa occidentale le conseguenze della transizione al capitalismo sono state disastrose per i rom e sinti. Sotto il comunismo avevano avuti posti di lavoro, alloggio gratuito e scolarizzazione. Ora molti sono diventati disoccupati, molti hanno perso le loro case e il razzismo nei loro confronti è dilagato con l'impunità. Numerosissime dimostrazioni antizigane nonché veri e propri pogrom si sono svolti in Repubblica Ceca, Ungheria, Romania e Bulgaria. Nuovi ghetti sono stati eretti nelle periferie delle città a volte, come a Ostrava (Repubblica Ceca) con la costruzione di un muro divisorio. A questi si aggiungeva la diffusissima discriminazione di scolari e studenti zingari da parte delle istituzioni educative e formative pubbliche. I figli delle etnie romaní venivano a priori e indipendentemente dal loro rendimento scolastico e dalla loro intelligenza marginalizzati in scuole speciali. Questi provvedimenti segregativi venivano giustificati con la presunta non adattabilità dei gitani al tessuto sociale predominante.
La capacità da parte delle moderne società aperte di convivere in momenti di aumentata conflittualità sociale e diminuita prospettiva di benessere proficuamente e correttamente con le proprie minoranze interne, e soprattutto con quelle dei rom, sinti e jenishe il cui estemporaneo nomadismo costituisce un elemento diversificante, è  - come ha detto il presidente , drammaturgo e poeta ceco Václav Havel – “un test chiave per la democrazia”. Se a suo dire “la democrazia ha fallito” in un primo momento della comune casa europea, vanno comunque poste le premesse per un costante rilancio della sfida per un confronto intelligente e fruttuoso con le popolazioni romaní.


Fonte: Wikipedia

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