Matteo Righetto: in biblioteca trovi...

Matteo Righetto (Padova, 29 giugno 1972) è uno scrittore italiano. I suoi romanzi sono pubblicati in molti Paesi del mondo e tradotti in diverse lingue. Docente di Letteratura Ambientale e del Paesaggio presso l'Università degli Studi di Padova, è opinionista culturale del quotidiano Il Foglio e di alcuni quotidiani del gruppo Corriere della Sera. Matteo Righetto è inoltre ricercatore per la European Association for the Study of Literature, Culture and Environment e membro del comitato etico-scientifico di Mountain Wilderness.

Commento a Bacchiglione Blues
“Tutti inconsapevolmente legati alla piena del Bacchiglione, il fiume di centoventi chilometri che nasce nelle risorgive del vicentino e che contorcendosi come un boa discende verso sud-est per attraversare la provincia di Padova con una traiettoria dritta e secca come quella di un filo di piombo”. Il fiume, il suo corso, le sue rive, l'ambiente talvolta palustre, insomma le atmosfere della bassa padana sono qui raccontate attraverso una narrazione forte e implacabile che si fa luogo pagina dopo pagina. Matteo Righetto racconta le sgangherate e misere vite di individui che vivono ai margini dell'ormai fu “ricco nordest” e dei suoi residui più vergognosi. Pronti a tutto per riscattarsi da quei luoghi perennemente umidi e persi nelle nebbie, i tre gangster in salsa pulp organizzano il rapimento della moglie di un imprenditore locale dello zucchero, che all'ombra della fabbrica nasconde un'attività parallela del tutto illecita. Durante il sequestro, le discussioni fra i rapitori ruotano attorno ai ricordi legati alle serie televisive anni '80 che di fatto costituiscono la loro formazione... Il ritmo battente della pioggia, l'aria umida talvolta irrespirabile e le zanzare completano il quadro di una vicenda che a un certo punto prende una piega imprevista.

Commento a Savana padana
Libro molto scorrevole e dall'ambientazione originale. Fa sorridere per i personaggi verosimili... ma forse, pensandoci bene, proprio per questo non c'è molto da ridere. Iniziato e finito in una sera. Ironico, irriverente e così terribilmente verosimile. Lo stile è molto scorrevole e incalzante quasi pulp. Il racconto è ambientato a San Vito, un paesino della campagna padovana. Le descrizioni risultano limpide, come un immagine familiare e ben radicata nelle menti dei veneti. Non c'è nulla di pittoresco e poetico in questo paesaggio agreste, da cui traspare solo l'afa insopportabile della Pianura e la forza della natura. Non c'è nessun "mulino bianco", le case sono quelle scalcinate dei contadini, il bar è quello dei cinesi e poi ci sono gli zingari e una banda di malviventi locali. I personaggi sono grotteschi e fanno amaramente sorridere, soprattutto se si pensa che sono così plausibili che potrebbero essere reali. La trama è un susseguirsi di eventi che vede tutti contro tutti in una divertente girandola di avvenimenti. Un libro per chi è stufo del solito giallo americano e vuol leggere qualcosa di diverso che mantenga però la stessa tensione narrativa. Provare per credere.
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Commento a La pelle dell'orso
La montagna è la protagonista di questo racconto. La vicenda si svolge in pochi giorni: ore che cambiano per sempre l'esistenza del piccolo Domenico Sieff e di migliaia di persone in quell'ottobre 1963. Il dodicenne Menego si trova a dover seguire suo padre in una rocambolesca avventura. A causa di qualche bicchiere di troppo bevuto nell'osteria del paese, Pietro Sieff ha scommesso con gli uomini del paese di trovare e uccidere un gigantesco orso, el Diàol, che da tempo terrorizza quel tratto di valle adagiata nervosamente tra le alture del Pelmo e del Civetta. Dalla veloce preparazione alla caccia meticolosa, i due percorrono sentieri, boschi, pascoli, acque trovando riparo in rifugi pericolanti dai quali i protagonisti guardano le cime eterne del Lagazuoi, della Marmolada, del Fanis, del Civetta, del Pore, del Col di Lana, del Sass Pordoi. Il breve viaggio li avvicina per la prima volta e poi li separa per sempre. Intanto in un'altra valle, la modernità della tecnica, con la quale si era cercato di addomesticare le montagne, perde la sua scommessa (ma questa volta il vino non c'entra) con la natura che riprende drammaticamente il suo posto. Sarà su quel che resta dell'antica Longarone e della vitale valle del Vajont che Menego arriverà il 12 ottobre stremato per portare la pellaccia del Diàol e riscuotere la posta della scommessa.

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