Barcellona: un libro per una rosa

Un libro per una rosa è il motto della festa di Sant Jordi (San Giorgio), santo patrono della Catalogna. Quel giorno le coppie innamorate e no usano scambiarsi un libro con una rosa, la donna viene omaggiata con il fiore mentre il maschio riceve in dono un libro. Inutile dire che dell’innamoramento approfittano ormai soprattutto il commercio librario e florovivaista – difatti le strade di Barcellona e delle maggiori città catalane, Girona, Lleida e Tarragona pullulano di bancarelle insolitamente cariche di rose e di libri – ma il costume di abbinare il simbolo dell’amore a quello dell’acculturamento o della saggezza, e assai più antico della proclamazione da parte dell’Unesco del 23 aprile come Giornata del Libro. Sprecato anche il riferimento all’orgoglio nazionale catalano: la rosa è spesso accompagnata da una spiga di grano a simboleggiare la fertilità, ma forse si tratta anche di un velato cenno a Els Segadors (I mietitori), protagonisti della rivolta catalana del 1640 e a partire dal ‘900 dell’inno catalano. Rosa e spiga richiamano poi i colori della Senyera, la bandiera catalana con il rosso e il giallo. Eppure, con buona pace dei nazionalisti questi due colori sono anche, proprio per la compartecipazione della dinastia dei Trastámara al regno iberico, quelli della bandiera spagnola. Sembra che quindi i festeggiamenti del santo possano per lo meno per un giorno conciliare le due anime nazionalista/separatista e unionista conviventi nel territorio a nord dell’Ebro.

Ci si chiederà perché parlare del 23 aprile ora, in piena estate. Pertanto quest’anno Sant Jordi non è stato festeggiato come in passato a causa della pandemia del Covid 19. Ebbene si direbbe pazienza la si riproporrà con i migliori auguri l’anno prossimo. Prendiamo invece spunto dalla festa del libro in terra catalana per ricordare la dipartita negli ultimi due mesi di due (tre) rose – se è lecito il paragone – vale a dire quelle di Luis Sepúlveda ad Oviedo e soprattutto - riferito al territorio barcellonese -  di Carlos Ruiz Zafón il 19 giugno e di Juan Marsé il passato 18 luglio. I due autori della città comitale rappresentano, come ovvio, in qualche modo la particolarità dell’essere scrittore a Barcellona e di riflesso in Catalogna. Se il primo, nato come scrittore nell’era postfranchista, pur restando fedele alla sua terra natìa nell’ambientazione dei suoi romanzi, ambisce con le sue storie che ruotano spesso intorno a dei libri ad un respiro per così dire internazionale – egli aveva eletto da anni Los Angeles come domicilio – è Juan Marsé, il più anziano dei due e appartenente alla Generazione ‘50,  a proporre nelle sue opere la dicotomia tra l’elemento barcellonese e quello immigrato spagnolo (soprattutto andaluso ed estremeño), la dualità e lo scontro tra autoctono borghese e charnego operaio (charnego è l'appellativo spregiativo utilizzato dai catalani per indicare un immigrato, il più delle volte spagnolo proveniente dalle regioni meridionali della Spagna, quindi di madrelingua castigliana), tra il quartiere bene di San Gervasio e l’area metropolitana sud povera e cenciosa di Hospitalet de Llobregat; tutto in un bilinguismo che è non solo linguistico ma anche sociale e antropologico e che percorre la storia letteraria catalana da almeno un secolo. Partendo appunto da questa storia di con-vivenza e con-tradizioni, prendendo spunto dal “libro per una rosa” dell’innamoramento e dai due innamorati delle lettere che ci hanno lasciato proponiamo un breve viaggio per la Catalogna/Barcellona letteraria.

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La Catalogna  conobbe un suo sviluppo culturale e linguistico a partire dalla conquista ed occupazione franco-carolingia. Come Marca ispanica amministrata da conti-vassalli direttamente infeudati dai re la Catalogna (il nome significherebbe “terra dei castelli” e condividerebbe quindi l’etimologia con l’”odiata” Castiglia) costituì il baluardo cristiano verso le terre occupate dai musulmani a partire dalla metà del 8º secolo. Con il disgregarsi del regno carolingio nel corso del X secolo anche i conti-vassalli catalani si impadronirono con il titolo di Conti di Barcellona di diritti e feudi appartenuti ai re di Francia. I secoli XI-XIII  si distinsero per uno sviluppo culturale, politico ed economico in simbiosi con il territorio confinante della Provenza che era allora la culla e principale promotrice della rinascita letteraria europea. I Conti di Barcellona portavano in questo periodo anche il titolo di Conti di Provenza e gli ultimi grandi trovatori di lingua occitana erano pure di estrazione culturale catalana come stanno a testimoniare nomi come Raimon Vidal, Berenguer de Palou, Jofre de Foixa ed i due re aragonesi Giacomo II e Pietro III. All’acme della koiné letteraria e linguistica provenzale si concretizzò la prima grande fioritura culturale catalana intorno alla figura di Ramon Llull (1232-1316), italianizzato Raimondo Lullo. Il beato maiorchino è stato uno scrittore, teologo, logico, astrologo, alchimista, mistico e missionario, tra i più celebri e prolifici dell'Europa del tempo (più di 260 opere in latino, catalano ed arabo). A testimoniare l’alto livello artistico e linguistico raggiunto dalla lingua catalana sta anche l’adozione da parte della corte aragonese del catalano come idioma ufficiale fino al 14º secolo inoltrato. Il secondo momento rigoglioso della cultura in lingua catalana corrispose alle opere del cosiddetto Petrarca catalano, ossia Ausiàs March (1397-1459), che influenzò notevolmente anche il Rinascimento castigliano. Il cavaliere valenzano fu attivo alla corte dei re aragonesi che stavano allora costruendo l’egemonia sul Mediterraneo con il dominio sui regni di Maiorca, Valencia, Sicilia, Sardegna e Napoli, nonché la Contea di Provenza ed il principato di Catalogna. Pure attivo alla corte fu il cognato di Ausiàs, Joanot Martorell. Il suo Tirant lo Blanch (Tirante il Bianco), considerato uno dei primi romanzi moderni della letteratura europea, legato al "secolo d'oro valenzano", ha poi esercitato un'importante influenza sulla letteratura cavalleresca del Siglo de Oro. Difatti Miguel de Cervantes lo apprezzava espressamente e fece leggere a Don Chisciotte la prima versione tradotta in castigliano.

La decadenza politica catalana che seguì al cambio dinastico avvenuto a seguito della unione tra le corone d’Aragona e di Castiglia (i re cattolici e cugini di secondo grado Ferdinando II d’Aragona ed Isabella I di Castiglia) da una e al riposizionamento politico-economico a seguito della conquista dell’America dall’altra parte si tramutò anche in una fase di aridità culturale prima e linguistica poi. Infatti la perdita della centralità della corte aragonese significò anche la caduta in disuso del catalano come lingua di cancelleria. Ma assai più incisivo fu il fatto che all’egemonia politico-economica castigliana seguiva pure quella culturale del Siglo de Oro spagnolo con esponenti come Cervantes, Lope de Vega, Calderon de la Barca e Quevedo. I secoli 16º, 17º e 18º rappresentano il periodo buio della storia e cultura catalana. Le innumerevoli rivolte sociali, siano esse state anticastigliane o meno, culminarono nella sconfitta della Guerra di Successione Spagnola del 11/09/1711, La Diadagiorno della caduta di Barcellona dopo 14 mesi di assedio e Festa nazionale catalana. La presa di potere del borbone Filippo V coincise con l’abolizione dei diritti rappresentativi delle Cortes catalane, lo spostamento dell’università da Barcellona in provincia e la fine della lingua catalana come lingua ufficiale. Lo stato di vivacità e diffusione dell’idioma neolatino scese ai minimi soprattutto tra i ceti borghesi catalani che votarono a favore dell’ufficiale castigliano tanto da richiedere dopo la metà del ‘800 l’intervento “normalizzatore” morfologico-fonetico da parte dei partigiani di un rilancio linguistico-culturale della llengua catalana. La rinascita, Renaixença, della letteratura e lingua catalana è figlia del romanticismo, come tante altre letterature e culture “minori”, dal provenzale, galiziano allo sloveno, croato, ceco e slovacco. Alla riscoperta della bellezza dell’idioma materno fece capo la rivitalizzazione degli usi e costumi autoctoni e quindi una ricerca delle origini culturali che si credevano poste nell’età di mezzo. Da qui il ricorso artistico alla riscoperta degli stili dominanti tra il secolo 10º e 14º e la loro rielaborazione in senso sincretistico nel Modernismo catalano di fine 19º secolo. Dal punto di vista letterario furono di primaria importanza la “riscoperta” dei Jocs Florals, una tenzone poetica d’età medievale e l’operato svolto dai due campioni del catalanismo ottocentesco Joan Maragall e padre Jacint Verdaguer. Se l’avvocato e giornalista Maragall ripartiva la sua attività letteraria e politica mediante un bilinguismo perfetto tra una prosa castigliana e la poesia in catalano, fu merito del sacerdote e poeta Verdaguer di aver riportato con la sua poesia di nuovo l’idioma materno nell’ambito di una lingua letteraria riutilizzando e plasmando il raffinato patrimonio poetico del medioevo catalano. Numerosa e ampia fu la sua influenza sulla borghesia barcellonese amante delle Belle Lettere e tanto convintamente nazionalista quanto antisocialista.

In questo clima culturale carico di passione per la lingua, letteratura e storia del proprio paese crebbe all’inizio del secolo 20º la “grande dame” della letteratura catalana, Mercé Rodoreda. Nipote di un ammiratore nonché amico personale di Monsignor Verdaguer e figlia di due genitori appassionati di teatro, Mercé nacque e crebbe nel quartiere altoborghese di Barcellona, San Gervasio circondata dall’amore per la prosa, la poesia ed il teatro. Ben presto iniziò a cimentarsi con l’arte della recita (già all’età di 5 anni) e la lettura degli scrittori catalani, classici e moderni. Benché il suo talento per la scrittura fosse stato scoperto già negli anni ’20 dovette aspettare altri 10 anni fino alla pubblicazione dei suoi primi quattro romanzi, scritti tra il 1932 ed il 1938 (tra i quali spicca Aloma del 1938). La loro pubblicazione le procurò l’iscrizione all’allora molto vivace e prestigioso El Club dels Novel·listes e alla Colla de Sabadell. Quando scoppiò la Guerra Civile Spagnola nel 1936 Rodoreda decise di collaborare  con l'incarico di revisore del catalano nel Commissariato di propaganda della Generalitat de Catalunya dove conobbe una serie di scrittrici contemporanee. Proprio il suo impegno a favore della Generalitat e la sua nota produzione letteraria in lingua catalana le consigliarono a prendere, alla fine della guerra con la sconfitta della 2ª Repubblica, la via dell’esilio. Seguirono anni difficili di lotta per la sopravvivenza economica e di fuga dalle truppe tedesche che avevano invaso la Francia durante le quali la scrittrice catalana dovette interrompere l’attività creativa. Finita la 2ª Guerra mondiale si stabilì prima a Parigi, poi a Ginevra prima di ritornare definitivamente nel 1972 in Catalogna. Il periodo parigino e ginevrino coincidono con la pubblicazione dei suoi maggiori romanzi, La piazza del Diamante (1962), Via delle camelie (1966) e Giardino sul mare (1967). Ormai scrittrice affermata incrementò il suo carnet artistico con la produzione di altri romanzi (Lo specchio rotto, 1974 e Quanta, quanta guerra…, 1980), prose e poesie e l’inizio dell’attività pittorica. La scrittrice barcellonese, che subisce le influenze letterarie di Marcel Proust, Thomas Mann e soprattutto dell’amata Virginia Woolf, si distingue per la centralità nelle opere della figura della donna, spesso scelta come personaggio protagonista, che apparentemente fragile, è in grado al contempo di dimostrare una grande forza interiore. Con Marcel Proust la accomuna la convinzione che il tempo avanza impassibile e il passato lo raccoglie tutto. Il ricordo di un tempo anteriore si trasforma in un simbolo negativo per i protagonisti a causa dell'impossibilità di recuperare il "tempo perduto”. Le sue opere sono ambientate nei luoghi in cui ha vissuto, dal quartiere barcellonese di Gràcia a Romanyá de la Selva, passando per Ginevra. Nonostante una narrazione che indaga l’intimità psicologica - caratteristica quest’ultima desunta dall’amatissima scrittrice londinese -  Rodoreda riesce a descrivere la società catalana del ventesimo secolo e i cambiamenti a cui stava andando incontro, come nessun altro scrittore aveva fatto fino a quel momento. L’appartenenza alla borghesia benestante non le precluse lo sguardo realistico sul mondo dei meno fortunati, siano essi indecenti o operai. Altra esponente dell’ambito letterario barcellonese del postguerra spagnolo fu Carmen Laforet il cui maggiore successo editoriale Nada vinse nel 1945 il premio Nadal. A differenza della Rodoreda la Laforet scelse il castigliano per i suoi romanzi essendo approdata a Barcellona solo da studente universitaria nel periodo più intransigente della dittatura e dopo un’infanzia ed adolescenza trascorsa a Gran Canaria. Altra caratteristica che la distingue dalla stella della letteratura catalana è il suo femminismo ma plasmato tutto in chiave mistico-religiosa con una cifra tematica tutta pervasa dal intrigo e dal mistero.

Con la vittoria del dittatore fascista Francisco Franco e la conseguente soppressione di tutte le libertà repubblicane, incluse quelle dell’espressione ed autonomia linguistica, si aprì nuovamente un periodo di stallo e clandestinità degli attivisti catalani. Durante i primi anni della dittatura franchista il genere letterario più dinamico in lingua catalana è la poesia, non sottomesso alle esigenze editoriali del romanzo. Anzi in quest’ultimo genere si verificò non raramente la conversione linguistica dal catalano allo spagnolo anche in coloro che prima della dittatura si erano espressi letterariamente nella loro lingua madre. La poesia diventa così, visto la latitanza della forma diegetica, anche uno strumento di critica nella lotta sociale e politica. Una piccola comunità di letterati si dedicò per un certo lasso di tempo alla pubblicazione delle opere in catalano nell’esilio della Città del Messico. Ma per una maggiore liberalizzazione dell’ambito produttivo letterario in lingua spagnola, si dovette aspettare la fine degli anni ’60 e, a riguardo del catalano, la morte del dittatore galiziano nell’anno 1974. Già a partire dalla fine degli anni ’50 si mosse comunque qualcosa nel desolato quadro culturale del franchismo. La generazione ’50 influenzata dall’eredità di Antonio Machado, si stacca volutamente dall’esperienza di autori franchisti da una, ed autori politicamente impegnati dall’altra parte, per rifugiarsi nella cura dell’io di una poetica spesso intimista. Degno di nota è il fatto che questo movimento, i cui capisaldi erano il gruppo di Madrid (Rafael Sánchez Ferlosio, Ángel González, Claudio Rodríguez, Juan García Hortelano, Jesús Fernández Santos, Ana María Matute) e la Scuola di Barcellona (Carlos Barral*, Jaime Gil de Biedma, José Agustín Goytisolo, Juan Goytisolo, Alfonso Costafreda, Jaime Ferrán, Juan Marsé), commutò il proprio intimismo espressivo nel realismo sociale della così detta Novela social española* (opera fondamentale fu L’alveare di Camilo José Cela; antesignano negli anni ’30 fu lo scrittore Ramón José Sender) che si confronta con l’incipiente sviluppo migratorio interno della Spagna e con i suoi squilibri sociali. Proprio negli anni ‘50-’60, quelli del boom economico e della cauta apertura ad un liberalismo economico rappresentato da esponenti dell’Opus Dei allora al governo, si stava delineando un quadro socio-economico ed antropologico che caratterizza tutt’ora il territorio iberico e in particolare quello barcellonese. Accanto alla presenza di una borghesia ed un artigianato di estrazione indigena è presente soprattutto nelle periferie una numerosa classe operaia spagnola di provenienza meridionale, andalusa, murçiana ed estremeña che solo lentamente e in parte è riuscita ad integrarsi con l’elemento culturale-linguistico catalano. Luogo deputato di tale processo integrativo e di mescolanza fu in primo piano Barcellona, dove – a differenza della “campagna” catalana sostanzialmente arroccata sugli ideali nazionalisti – si stava sviluppando una società multiculturale, a cui diede un importante contributo la massiccia immigrazione dai paesi latinoamericana. In questo clima di fiducia nelle sorti della Spagna democratica vi sono scrittori che avendo iniziato a scrivere negli ultimi anni della dittatura proseguivano ad adottare l’idioma castigliano – anche perché a differenza della generazione degli anni ’20 e ’30 non avevano mai imparato il catalano a scuola; eccezione in questo panorama editoriale può dirsi Quim Monzó. Nato nel 1952 da padre catalano e madre andalusa, ha scritto le sue opere quasi esclusivamente in catalano. Altro autore/poeta che scrisse le sue opere (tra cui suo primo romanzo Il giardino dei sette crepuscoli) nell’idioma del posto fu il coetaneo Miquel de Palol. Altri autori, come per esempio il giallista Vázquez Montalban (contemporaneo a Juan Marsé e dell’altro cultore del poliziesco Francisco González Ledesma ), ignorarono nella prosa del tutto la lingua del posto per utilizzarla nella meno poderosa produzione poetica.  In linea di massima va detto comunque che le generazioni di scrittori degli anni ’60 e ’70 non percepirono la scelta della lingua letteraria come una dichiarazione politica di appartenenza linguistica. Essi operarono all’interno di un mondo in cui le appena acquistate libertà permettevano l’uso di ambedue gli idiomi, quello catalano “liberato” e quello spagnolo non più identificato con l’odiato regime e “ridimensionato” a lingua paritaria. Il criterio di discernimento fu piuttosto tra le due realtà territoriali: Barcellona come polo internazionale, città multiculturale e bilingue contro il resto della Catalogna (incluse le città di Lleida e Girona) impegnato nella rivitalizzazione delle tradizioni culturali catalane, incluse la lingua. L’esempio più calzante è dato qui non tanto dai letterati ma dall’ambito musicale dove i due massimi esponenti della Nova Cançó*, la nuova musica cantautoriale catalana, rappresentano rispettivamente i due sentieri percorsi anche dalla letteratura: Lluis LLach, nato a Girona, uno tra i maggiori cantautori e musicisti europei, utilizzò esclusivamente il catalano sia in musica che in letteratura; Joan Manuel Serrat, pure lui scrittore, poeta, attore e musicista, era nato nel barrio operaio barcellonese di Poble Sec da padre catalano e madre aragonese e scrisse le sue opere in tutte due le lingue. A mescolare ulteriormente le carte ci pensava, a partire dal 2006, la Generalitat che cercava di recuperare e per certi versi rendere egemone l’elemento catalano nella quotidianità. Il risultato di una politica mirante alla creazione di una forte “identità” autoctona fu la polarizzazione della società catalana a partire dalla 2ª decade del secolo in corso, e in particolare quella barcellonese caratterizzata da una forte presenza linguistica castigliana. L’apparizione di una serie di giovani autori che scrivono, essendo vissuti e stati formati nell’idioma “locale”, sia esso il catalano o il maiorchino, venne favorita dalla politica dell’insegnamento scolastico. Questo uso della propria lingua non significa, per lo meno nella maggior parte dei casi, un ammiccamento alle tendenze politiche nazionaliste o indipendentiste. I giovani scrittori si presentano, malgrado alcuni casi in cui la scelta di temi cari alla mitografia nazionalista catalana segua ragionamenti di opportunità editoriale, piuttosto come cultori di un universalismo radicato nel territorio natio (Lluis LLach, Carme Riera, Sebastià Alzamora, Jordi Cussà, Albert Sánchez Piñol) . Accanto a questi ultimi vi sono inoltre autori che scrivono in castigliano pur essendo “catalani,,, o per scelta personale o per ragioni di mercato editoriale (Carlos Ruiz Zafón, Ildefonso Falcones). Essi partecipano comunque assieme al gruppo altrettanto numeroso di scrittori “castigliani” di provenienza spagnola,  intensamente alle vicende politiche e culturali della loro patria elettiva – come sta a dimostrare soprattutto Javier Cercas, scrittore di origine estremeña trasferitasi già negli anni ’60 a Girona. Altri, pochi autori infine scelgono ancora la via della dualità e del bilinguismo come l’architetto e poeta, vincitore del Premio Cervantes 2019, Joan Margarit*. La sua poesia rifiuta le correnti poetiche soggettiviste e intimistico-mistiche. Il poeta si deve aprire alla realtà, deve essere perciò il più realista, il più pragmatico possibile. Egli si trova nelle intemperie del mondo, cerca la verità, affronta con passione le cose spurie e contradittorie della vita e, si direbbe, anche della lingua. Lo stesso Margarit ne è un’esempio: nel 2010 ha lanciato – per l’inaugurazione della maggiore festa barcellonese, quella della Merçe – un richiamo affinché la terra natia si decida quali relazioni intrattenere con la Spagna; nel 2019 alla consegna del Premio Cervantes il poeta decide di dedicare alla platea dei convocati una poesia sul suo rapporto con il castigliano che qui offriamo al lettore a modo di vademecum:

 

Dignidad

Si la desesperanza / tiene el poder de una certeza lógica, / y la envidia un horario tan secreto / como un tren militar, / estamos ya perdidos. // Me ahoga el castellano, aunque nunca lo odié. / Él no tiene la culpa de su fuerza / y menos todavía de mi debilidad. // El ayer fue una lengua bien trabada / para pensar, pactar, soñar, / que no habla nadie ya: un subconsciente / de pérdida y codicia / donde suenan bellísimas canciones. // El presente es la lengua de las calles, / maltratada y espuria, que se agarra / como hiedra a las ruinas de la historia. // La lengua en la que escribo. // También es una lengua bien trabada / para pensar, pactar. Para soñar. // Y las viejas canciones / se salvarán.


Fonte: Wikipedia

* Fonte: Wikipedia in lingua spagnola

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TatuaggioTatuaggio / Manuel Vazquez MontalbanScritto nel 1975 per 'scommessa etilica', "Tatuaggio" è il primo romanzo poliziesco della serie di ...
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Mistero di stradaMistero di strada / Francisco González LedesmaMéndez è un vecchio poliziotto, praticamente una carogna. Ma tanti anni sulla strada non gli hanno ...
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Tempi difficiliTempi difficili / Alicia Giménez-Bartlett
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Morte in palestraMorte in palestra / Alicia Giménez-Bartlett
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Terra altaTerra alta / Javier Cercas
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La morte tra le righeLa morte tra le righe / Rosa Ribas, Sabine HofmannBarcellona, 1952. Quando viene trovato il corpo senza vita di Mariona Sobrerroca, figura di spicco ...
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Ultime sere con TeresaUltime sere con Teresa / Juan MarséBarcellona, 1965: rivolte studentesche infiammano l'aria, colorando lo scenario deprimente della Sp...
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Morti di cartaMorti di carta / Alicia Giménez-Bartlett
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L'uomo della mia vitaL'uomo della mia vita / Manuel Vazquez MontalbanPepe Carvalho, detective per lavoro e gourmet a tempo perso, superato il ciglio della mezza età, si...
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Morti di cartaMorti di carta / Alicia Giménez-Bartlett
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Una vacanza di PetraUna vacanza di Petra / Alicia Giménez-Bartlett
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NadaNada / Carmen LaforetLa guerra civile è appena terminata quando Andrea arriva a Barcellona per iscriversi all'università...
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La verità sul caso SavoltaLa verità sul caso Savolta / Eduardo Mendoza
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Un Natale di PetraUn Natale di Petra / Alicia Giménez-Bartlett
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Vero amoreVero amore / Alicia Giménez-Bartlett
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Natale d'ottobreNatale d'ottobre / Alicia Gimenez-Bartlett
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Verso il cielo apertoVerso il cielo aperto / Carme RieraNella seconda metà dell'Ottocento, la ricca famiglia dei Fortaleza si trova a un punto di svolta: m...
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Nido vuotoNido vuoto / Alicia Gimenez-BartlettDifficile immaginare Petra Delicado in un centro commerciale, "il solo luogo al mondo in cui tutto ...
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Via delle camelieVia delle camelie / Mercè Rodoreda
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Nido vuotoNido vuoto / Alicia Giménez-Barlett
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Via delle camelieVia delle camelie / Mercè RodoredaUna bambina di pochi mesi viene ritrovata davanti al cancello della villa di due coniugi non più gi...
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Non si deve morire due volteNon si deve morire due volte / Francisco Gonzalez LedesmaLa sposa ha venticinque anni ed è una ragazza bella soda. In più è alta e ha occhi quieti e profond...
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VictusVictus / Albert Sánchez PiñolNell'Europa di inizio '700, il giovane Martí Zuviría è l'allievo prediletto del marchese di Vauban,...
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L'ombra del ventoL'ombra del vento / Carlos Ruiz Zafón
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La voce del sangueLa voce del sangue / Alicia Giménez-Bartlett
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L'ombra del ventoL'ombra del vento / Carlos Ruiz ZafónUna mattina del 1945 il proprietario di un modesto negozio di libri usati conduce il figlio undicen...
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Il volo oscuro del tempo : memorie di un editore poeta, 1936-1987Il volo oscuro del tempo : memorie di un editore poeta, 1936-1987 / Carlos BarralCarlos Barral è stato uno dei protagonisti della Generazione del '50: scrittori, poeti ed editori c...
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Gli onori di casaGli onori di casa / Alicia Gimenez-BartlettL'omicidio del signor Siguán è quello che Petra Delicado chiama con fastidio un "caso freddo". Cinq...